lunedì 5 luglio 2010

"No animali, no omosessuali"

Sul sito di Repubblica ieri è comparso un articolo che getta una nuova luce sul modo in cui l’omosessualità è considerata nel nostro paese. Su numerosi siti e giornali che ospitano offerte di case in affitto compaiono annunci del tipo: “no animali, no omosessuali”. Il fenomeno si presenta geograficamente indistinto, da nord a sud, da Como a Catanzaro. Se l’Italia non l’hanno fatta gli italiani, forse la faranno gli omosessuali, loro malgrado. L’omofobia infatti è uno dei pochi ‘sentimenti condivisi’ che vanno forte tra le masse più o meno istruite di questo paese.
Pare che i Gay, maschi e femmine, fatichino parecchio a trovare casa, soprattutto se sono studenti e hanno bisogno di una stanza. Sembrerà sorprendente, eppure i più restii a ospitare omosessuali sono proprio i giovani istruiti. La classe dirigente del futuro.
A questo punto urge una premessa: nessuno è esente dai pregiudizi. Gli stereotipi e i pensieri vagamente razzisti colpiscono tutti. Strisciano come anguille sottotraccia nell’inconscio delle persone. A tutti, almeno una volta, sarà capitato di accorgersi improvvisamente di avere mancato di rispetto, di provare timore o disprezzo verso una persona ‘diversa’, sia essa un gay, un immigrato o una persona diversamente abile. Già accorgersene è un buon segno.
Certi stereotipi sono parecchio radicati e superano ogni possibile livello razionale. Per esempio, l'opinione più diffusa sugli omosessuali è quella di individui portatori di malattie, vestiti in modo stravagante e sessualmente pervertiti. Averli sullo stesso pianerottolo o addirittura in casa deve sembrare a qualcuno come portarsi in casa Sodoma, il diavolo e la dannazione eterna. La chiesa naturalmente ci ha sempre messo del suo.
Eppure, al padrone di casa intrugnito e omofobo basterebbe fare un ragionamento semplice semplice per rendersi conto di due cose. Primo, un omosessuale è una persona come tutte le altre. Non ha maggiori pregi o difetti e averlo in casa non comporta più rischi di un qualsiasi etero. Nessuno è buono o cattivo per natura, tantomeno per inclinazione sessuale.
Secondo punto: statistiche alla mano, i gay sono mediamente più istruiti, hanno buona cultura, ottimo gusto e grande rispetto per il luogo dove vivono. Solitamente sono meglio occupati e guadagnano di più della media. Questo significa che possono essere ottimi inquilini.
Purtroppo per arrivare a queste semplici conclusioni occorre informarsi, capire e soprattutto pensare.
Peggio ancora è quando questo genere di preconcetti condiziona la vita pubblica, il modo di agire di parlamentari, professori universitari, giornalisti e imprenditori. Gli esempi negativi non mancano.
Ogni atto di discriminazione è un passo indietro, un’occasione persa che paghiamo già oggi a caro prezzo. Le innovazioni e le idee, infatti, vanno a braccetto con il senso del rischio e con l’anticonformismo, parola ormai desueta. Il mondo va esattamente in quella direzione e i più furbi l'anno capito.
Un esempio: in occasione del Gay Pride, la Fiat ha lanciato una serie di 500 Gay-friendly:  c’era il modello Lesbo, quello Drag queen, il modello Leather e quello Peluche, tutta coperta di peli tipo Teddy Bear. Pare che l’idea abbia suscitato un certo successo, anche commerciale.
Peccato che tutto ciò sia avvenuto in Spagna. In Italia, come sempre, i tempi non sono ancora maturi.

venerdì 25 giugno 2010

"Nur Italien nicht": che vinca il migliore, ma non l'Italia...

Non so se ve ne siete accorti. Appena si è diffusa la notizia dell’eliminazione dell’Italia, mezzo mondo ha fatto festa. Ieri sui siti dei giornali di quasi tutti i paesi sono comparse frasi ironiche all’indirizzo della squadra di Lippi: “Ciao ciao, Arriverderci Italia, Ridiculos,” e altre meno simpatiche. Su facebook e twitter non si contano gli sberleffi da parte degli stranieri. 
Ora, è normale che l’umiliazione della squadra campione faccia notizia. Altrettanto comprensibile è il sollievo delle nazioni ancora in gara nel vedere uscire un concorrente temibile (sulla carta). Al netto di queste considerazioni, però non si spiega perché l’Italia e gli italiani stiano sulle scatole a mezzo mondo. Nemmeno la Francia è riuscita a superarci in questa speciale classifica. Non è bastato scegliere come allenatore l’odioso Domenech e una squadra di giocatori boriosi e nevrotici. I più odiati siamo ancora noi. C’è una canzoncina di un gruppo comico che spopola in Germania. Più o meno dice che possono vincere tutti tranne l’Italia “nur Italien nicht”, perché l’italia non si sopporta. Sarà che brucia ancora la sconfitta del 2006 o quella nella finale dell’ultima Champions League, persa dal Bayern contro l’Inter, ma l’impressione è che ci sia qualcosa di più. 
Per anni gli italiani sono stati additati come la squadra dei tuffatori, dei provocatori, dei piagnoni infidi e catenacciari. Provate fare il nome di Tassotti agli spagnoli, di Materazzi ai Francesi e o di Grosso agli Australiani, per capire di cosa stiamo parlando. Non va meglio con le squadre di club. L’Italia è vista come la tipica squadra che corre poco, aspetta l’avversario e colpisce a tradimento in contropiede. Così molti stranieri immaginano gli italiani: il popolo della ‘dolce vita’ e dell’alta moda, che vive sempre un tantino al di sopra delle sue possibilità e fatica poco. Il tutto senza ombra di serietà e di onestà. 
E i nostri politici, governo in testa, non ci aiutano molto.
A questo punto viene da dire che non tutti i mali vengono per nuocere. Una sconfitta così disastrosa non potrà che renderci un po’ più simpatici. D’altra parte gli azzurri di Lippi hanno perso, male, ma non hanno avanzato scuse patetiche. Hanno simulato poco e a ben vedere hanno fatto pochissimo catenaccio. Viene quasi da dire che l’Italia è stata la meno ‘italiana’ di tutte le squadre di questo mondiale. 

Visti i risultati, forse la prossima volta sarà bene ripensarci.

mercoledì 23 giugno 2010

Marchionne vince, anzi no

L’Italia è un paese strano. Questo deve aver pensato l’italo-svizzero-canadese Sergio Marchionne quando ha saputo l’esito del referendum sul contratto di lavoro della fabbrica di Pomigliano. La sua proposta ha vinto, e bene. Il 62% dei lavoratori ha accolto favorevolmente le nuove condizioni da lui poste per il trasferimento della produzione della Panda dalla Polonia all’Italia. Nella sostanza, però, Marchionne ha perso su tutta la linea. In primo luogo perché non è riuscito nell’intento di coalizzare i lavoratori intorno al suo progetto di rilancio della fabbrica del sud. Il 62% dei sì (sul 95% degli operai che hanno votato) può sembrare una percentuale elevata, ma non in una fabbrica come Pomigliano. Il 38% di lavoratori contrari è una percentuale troppo alta e inaspettata anche per lui, che tutto vede e prevede. Ciò significa un futuro di contestazioni, scioperi frequenti e ad alta partecipazione, piccoli e grandi sabotaggi. Marchionne voleva una fabbrica allineata e silente, una struttura di tipo militare simile alla fabbrica di Tychy in Polonia, che, numeri alla mano, sforna automobili a ritmi quasi inumani. Oggi invece Sergio Marchionne sa di avere in mano una bestia indocilita dalle minacce, ma sempre pronta a imbizzarrirsi. Il risultato atteso era almeno l’80% dei consensi. A Torino gira già voce che il piano salterà e che la Panda resterà in Polonia. E qui sta la seconda, clamorosa sconfitta di Marchionne, che ha voluto fortemente questo piano e ha imposto il referendum agli operai. Adesso che ha ottenuto il sì, quell’accordo è tenuto a rispettarlo. Gliel’hanno già ricordato la Cisl e il governo (to’ chi si rivede). Chiudere Pomigliano adesso significa sbattere la porta in faccia a quasi tutti i sindacati, alla Confindustria, ai politici, oltre che dire addio a una buona fetta del mercato in Italia. Non c’è dubbio che, dopo lo smantellamento di Termini Imerese, una nuova chiusura al Sud sarebbe fatale, oltre che per l’economia della regione, anche per l’immagine del gruppo.
A Marchionne, che si dice sia un buon giocatore di briscola, resta una sola soluzione ragionevole: tornare al tavolo delle trattative, ridare le carte e smettere i toni del piccolo Henry Ford.
In gioco c’è la sopravvivenza di migliaia di operai, ma anche della stessa Fiat.

lunedì 21 giugno 2010

Il fascino discreto dell'ignoranza.

Lo strafalcione è sempre più di moda. Anzi fa chic, non c'è dubbio. I politici fanno scuola, i giornalisti ne sono ormai maestri. Per non parlare di studenti e perfino professori. Nell'epoca dei correttori automatici conoscere l'ortografia è un optional, congiuntivi e passati remoti saltano come se niente fosse. Per non parlare dei termini stranieri, abusati e massacrati, dei luoghi geografici e delle date storiche. Tutto un fiorire di errori che dicono quanto il sapere sia in voga. Ben poco. D'altra parte basta ricordare che la scuola italiana è da sempre la vittima sacrificale prediletta dei tagli di ogni finanziaria che si rispetti. Certo, c'è ancora tanta gente che si indigna quando sente uno svarione alla tivù. Alcune trasmissioni televisive campano sugli errori dei famosi. Eppure è un'indignazione vana, un ridere a vuoto. L'ignoranza ha testimonial troppo importanti per non prevalere. È quasi uno Status Symbol. Chi non sa piace, perché fa sentire immensa la cultura di coloro che sanno qualcosa. E poi l'ignorante pare spiccio, di poche parole (sbagliate), ma di grandi azioni. L'uomo del fare deve essere anche un po'sgrammaticato per essere credibile.
Tra le donne, poi, il massimo del trendy è la bellona idiota. Sembra non ci sia nulla di più attraente per il maschio italico della bella figliola ignorante e stupidotta. Pensate alla trasmissione la Pupa e il Secchione, ma anche a importanti telegiornali, che hanno avallato lo stereotipo della belloccia ignorante che ha successo perché ha intenerito qualche pezzo da novanta.
I VIP non si contano. Non farò nomi, non è bello dare dell'ignorante a qualcuno. Potrei citare il rampollo di una conosciuta compagnia di automobili italiana, famoso per alcune movimentate vicende mondane e per il congiuntivo ballerino. Oppure il giovane figlio di un ministro del Nord Italia, orgogliosamente pluriripetente, oggi politico acclamato. Il suo soprannome è la Trota. Gliel'ha affibbiato suo padre, non certo per la sua cultura raffinata.
C'è un famoso detto di Goebbels, capo della propaganda nazista: “quando sento parlare di cultura, mi viene voglia di mettere mano alla pistola.” Voleva dire che la cultura è sospetta, elitaria, noiosa e inconcludente, quindi va combattuta. L'ignoranza invece è pura, semplice, primitiva. Soprattutto è manipolabile. A quali esiti abbia portato questa filosofia purtroppo lo sappiamo tutti. Anzi forse qualcuno non lo sa: è troppo ignorante.

venerdì 18 giugno 2010

Il Pomigliano della discordia

Un paio di mesi fa l’amministratore delegato della Fiat ha presentato alla stampa e agli interlocutori istituzionali il nuovo, ambizioso progetto industriale del gruppo. Si chiama Fabbrica Italia ed ha come simbolo (poca fantasia) un abbozzo di fabbrica sormontata da un tricolore. Il piano è una sorta di scommessa: aumentare la produzione delle automobili nel nostro paese, cioè rafforzare e modernizzare gli impianti, in un momento in cui tutte le grandi aziende mondiali sembrano colpite dal virus della delocalizzazione. L’investimento previsto è di due miliardi di euro, una cifra che ha fatto gridare al miracolo il segretario della Cisl, Bonanni. “Chi investirebbe oggi due miliardi di euro per produrre qualsiasi cosa in Italia?” Si è chiesto. Forse un pazzo, gli risponderebbe qualcuno.
Marchionne però non è pazzo. Infatti, le condizioni per il rilancio della produttività in Italia sono molto dure.
Lo stabilimento di Termini Imerese è spacciato. Quello di Pomigliano, lo vediamo in questi giorni, rischia grosso. In realtà l’offerta avanzata nelle ultime ore della casa torinese sembra piuttosto generosa: rilanciare la fabbrica con il trasferimento della produzione della Panda da Tychy appunto a Pomigliano. L’investimento previsto è di circa 700 milioni di euro. Ciò significa anni di prosperità nell’area e lavoro sicuro per i dodicimila operai della fabbrica e dell’indotto.
Le condizioni del nuovo contratto però sono dure da digerire. I turni di lavoro si allungheranno, il diritto allo sciopero sarà ridotto, i controlli sulla produttività degli operai saranno molto più rigidi e le giornate di malattia non saranno coperte per intero dall’azienda.
Sergio Cofferati ha definito la proposta l’apologia del ‘sistema polacco’.
La gran parte dei sindacati e, manco a dirlo, la Confindustria, hanno invece sottoscritto la proposta. Tra perdere tutto e privare gli operai di qualche diritto hanno preferito il male minore.
Solo la Fiom, l’ala del sindacato dei metalmeccanici più radicale, non vuole sentir ragioni, anche contro il parere dei vertici della Cgil di cui fa parte.
Questo accordo, secondo la Fiom, è un Cavallo di Troia che finirà con il distruggere il concetto stesso di contratto nazionale, creando condizioni di disparità ancora più netta tra nord e sud. D’altra parte, Marchionne sembra averlo previsto, il Sud Italia diventerà (se non lo è già) nei prossimi anni un surrogato della Romania, della Polonia o della Bulgaria, una sacca di povertà endemica da cui attingere forza lavoro a basso costo. Non a caso la Fiat ha avanzato queste condizioni in Campania, a Pomigliano, e non a Mirafiori.
Forse è vero, la Fiom sta combattendo una battaglia contro la storia, però non si può condannarla a priori per aver chiesto un margine di trattativa più ampio. La proposta di Marchionne suona come un ricatto: o questo o nulla. Come se fosse una gentile concessione. Un regalo al sud depresso, che, come tutti i regali, non ammette trattativa.
Pensandoci bene, quando Marchionne ha inventato Fabbrica Italia (perché non c’è dubbio che l’idea sia sua) ha capito due cose: primo, che l’’umore’ del mercato premia ancora l’auto prodotta in Italia; secondo, che fuori dall’Italia il gruppo Fiat non ha i numeri per sopravvivere. Non è competitivo, non ha appeal, ditelo come volete. A parte il Brasile, le quote di mercato della Fiat sono molto ridotte ovunque. E crescere in mercati mondiali ferocemente competitivi e in costante contrazione è pressoché impossibile.
In conclusione, la Fiat ha bisogno dell’Italia e dei suoi operai molto più di quanto Marchionne non voglia far credere.

martedì 15 giugno 2010

Gli 'Amici' di Marcello Lippi

Dopo aver visto la partita di lunedi della Nazionale, non si può fare a meno di essere colti dal dubbio che Marcello Lippi abbia impostato il mondiale azzurro sul cliché di Amici, la popolare trasmissione della quasi omonima Maria de Filippi.

In campo si sono viste molte facce nuove, alcune delle quali pressoché all’esordio. Tutti ragazzi dalla ‘faccia pulita’: Marchisio, Criscito, Montolivo, Pepe, Gilardino, che ragazzino non è, ma sembra sempre un debuttante. Nel secondo tempo si è visto pure il giovane portiere Marchetti, che per sua fortuna non è stato mai chiamato in causa dagli avversari.
Tutti hanno giocato con impegno, hanno corso e hanno reso la vita difficile a una squadra tutt’altro che fenomenale come il Paraguay. Tutti sono stati corretti, Fin troppo, tutti ordinati e attenti ai consigli diLippi. Mai una protesta, mai un calcione e neppure una bella simulazione, di quelle che ci hanno resi famosi nel mondo. L’unico ammonito è stato Camoranesi, vecchia testa calda, convocato in extremis.
A parte questa parentesi, gli Amici di Marcello si presentano bene, sono puliti e giudiziosi. Sanno di essere la faccia buona del nostro calcio (accanto a tante brutture) e fanno di tutto per dimostrarlo, sotto la guida bonaria dei compagni esperti: Zambrotta, Cannavaro, Iaquinta e Buffon, fin quando ce la fa. Mai un grido neppure da loro. Nemmeno dopo il goal subìto.
Insomma, l’italia è sembrata un bel gruppo di Amici, fotogenico ed educato.
D’altra parte, Nonno Lippi li vuole così. Belli e bravi. I cattivi li ha lasciati a casa a godersi le donne e i motori, i soldi e la fama. Peccato, perché tra i ‘cattivi’ c’è qualcuno che poteva fare la differenza, nel bene e nel male. Ci sono gli attabrighe, i simulatori, i ribelli di vario tipo. Ma ci sono anche i fuoriclasse, i discoli, quelli che a Scuola tirano gli aerei di carta e nel campo i ‘cucchiai’.
Il risultato è che, come in ogni Talent Show, fra gli Amici di Marcello si vede ben poco talento. Sembra soprattutto mancare l’uomo di genio, che affonda il colpo e risolve le partite. Infatti, il goal azzurro è stato un gentile omaggio del portiere del Paraguay e, guarda caso, l’ha segnato un ‘ex ragazzaccio’, quel De Rossi che quattro anni fa, in Germania, si fece espellere alla seconda partita per avere stampato una gomitata in faccia a un avversario. Meno male che non si è addolcito del tutto.
Non sarà un mondiale facile. Per adesso il pubblico pare aver gradito e la stampa è ancora amica di Maria, pardon, di Marcello Lippi.
Il televoto insomma è superato. Chissà se verranno anche le vittorie, quelle vere.

Tre banconote di grosso taglio

Tre banconote appena. Gli uomini della guardia di finanza di Ponte Chiasso hanno fermato un viaggiatore italiano residente a Como, che aveva in valigia soltanto tre banconote. Ma non banconote qualsiasi. Si tratta di due pezzi da cinquecento milioni di dollari dello Zimbabwe e di uno da un miliardo. Due pezzi viola, come i nostri  500 euro, e uno verde, come i nostri cento, ma con molti più zeri. Sarà carta straccia, direte voi. E invece no, le tre emissioni sono parecchio ‘pesanti’, anche al netto della fortissima inflazione di quel paese. Infatti i tre pezzi valgono in tutto almeno quattro milioni e mezzo di euro. Altro che ‘spalloni’, i leggendari corrieri del denaro che per anni (e forse ancora oggi) hanno sfidato le intemperie e la polizia di frontiera per esportare
valigie zeppe di denaro in Svizzera. Per le tre banconote dello Zimbabwe basta un portafoglio e una buona dose di coraggio. Non è difficile immaginare che la destinazione delle banconote fosse il caveau di una banca elvetica. Resta da capire perché lo Zimbabwe, paese molto povero, faccia emissioni di banconote di questo taglio.
Oppure no, è tutto molto più logico: probabilmente il corriere italiano colto in flagrante dai finanzieri ha ottimi e, soprattutto, potenti amici dalle parti di Harare.