sabato 29 maggio 2010

Dalla vita aspettati di più (di un'utilitaria)

Vi sarà capitato ultimamente di vedere in televisione lo spot commerciale della Renault Clio del 20esimo anniversario.
Si vedono alcuni uomini all'uscita di una scuola. Ognuno in piedi davanti alla propria auto. Allo squillo della campanella i bambini escono correndo. Scena idilliaca, già vista in altre pubblicità (tipicamente della Ferrero). Qui però c'è la sorpresa. Tutti i bambini si lanciano verso i genitori. Solo uno degli uomini, un tipo giovanil sportivo, guarda caso il proprietario della Clio, rimane solo. Infatti lui aspetta la maestra, giovane e attraente, che gli si getta fra le braccia al rallentatore.
La voce fuori campo dice: "nuova clio, dalla vita aspettati di più."
Ora, al di là dei pareri personali, la trovata ha un suo fascino malefico. Si seleziona brutalmente il target della comunicazione, facendo leva su un'aspirazione tipicamente maschile.
Via i bambini, via la famiglia, resta il sano desiderio di divertirsi.
Il messaggio arriva chiarissimo ai single convinti, ai mariti 30-40enni vagamente insoddisfatti e a qualche 50enne in vena di emozioni dimenticate. Il pubblico femminile invece non sembra aver gradito per nulla. Mai toccare i bambini.
C'è anche un altro problema. In pubblicità l'aspirazione deve essere coerente con il prodotto. Se al posto della Clio ci fosse stata una Jaguar o una Porsche l'idea avrebbe avuto un suo perché.
Trattandosi invece dello spot di un'utilitaria economica tipicamente femminile il risultato finale rischia di essere contraddittorio. Anzi, un vero boomerang.
Dopo aver scontentato le donne, la clio rischia di diventare appetibile solo per un pubblico molto ristretto di single squattrinati, in cerca di pseudo-emozioni a buon mercato. I classici 'sfigati'.

Cari amici della Renault, cinismo per cinismo, la maestra bionda sarebbe salita su una station-wagon o su una berlina di grossa cilindrata, magari con il padre di uno dei suoi alunni.

Questo è il video dello spot.
http://www.youtube.com/watch?v=1n2B8n0cjsc

giovedì 27 maggio 2010

Un contratto per non suicidarsi



Anche oggi un lavoratore cinese della multinazionale Foxconn, nei pressi di Shenzhen a Taiwan, si è tolto la vita. Aveva soltanto diciannove anni. La notizia non avrebbe avuto un’eco particolare, se non si trattasse del dodicesimo caso di suicidio nell’azienda dall’inizio dell’anno, e, soprattutto, se la Foxconn (circa 900.000 dipendenti sparsi per il mondo) non fosse la fabbrica di assemblaggio preferita dai principali marchi mondiali di elettronica, come Bell, HP, Sony e Apple. La notizia dei suicidi a catena comincia a diffondersi a macchia d’olio. Con essa una brutta fama di sfruttamento e di oppressione dei lavoratori, che rischia di macchiare i prodotti di punta della tecnologia mondiale. Il problema è serio. Uno dei casi più recenti di suicidio alla Foxconn riguarda un ingegnere di 25 anni, reo di aver smarrito un prototipo del nuovo I-phone di quarta serie. Il ragazzo si è suicidato a seguito delle perquisizioni e degli umilianti interrogatori ai quali è stato sottoposto da parte dei responsabili dell’impianto.

Di solito gli aspiranti suicidi della Foxconn scelgono di lanciarsi dal tetto degli imponenti palazzi che sorgono nell’area della fabbrica. Si tratta di voli brevi, di otto, dieci piani, che somigliano a un atto estremo di libertà.

Il padrone della Foxconn, il ricchissimo imprenditore Terry Gou, è in allarme. La Apple e le altre aziende committenti annunciano severe inchieste indipendenti. Per fugare ogni dubbio, Terry Gou ha deciso, caso unico nella storia della sua azienda, di aprire le porte della Foxconn. Di solito la fabbrica è custodita da un servizio d’ordine che fa invidia a una prigione. Ieri invece Terry Gou ha personalmente guidato numerosi giornalisti in un giro turistico per le sale di assemblaggio, le palestre, i dormitori, le piscine che si trovano all’interno del comprensorio. I suoi operai, ha detto, fanno una vita normale: lavorano, mangiano, dormono. Lo stipendio dei suoi dipendenti è superiore ai loro omologhi cinesi. Insomma, Gou non accetta di essere definito uno schiavista. Questa ondata di suicidi proprio non se la spiega. In compenso, ha annunciato una serie di misure: ha assunto ben 100 consulenti, tra psicologi e monaci buddisti, e ha istituito una linea telefonica di assistenza.

L’ultima trovata, poi, è clamorosa. Il vulcanico imprenditore ha fatto firmare ai suoi dipendenti un impegno formale a non suicidarsi e a non infliggersi danni fisici. L’iniziativa bizzarra non sembra granché come deterrente, ma contiene una clausola legale significativa. La famiglia degli operai perde il diritto a richiedere qualsiasi indennizzo in caso di suicidio del congiunto. Non è poco, se si pensa che i ragazzi che lavorano come reclusi guardati a vista nella fabbrica Foxcoon di Shenzhen sono molto giovani, vengono quasi tutti dalle campagne cinesi e probabilmente sono figli unici (per legge) di genitori che hanno perduto da tempo i loro mezzi di sostentamento tradizionali.

Terry Gou probabilmente non è uno schiavista, ma la sua idea di impresa si basa su un principio molto chiaro: il datore di lavoro ha il diritto di esercitare il controllo assoluto sulla vita dei suoi operai. Da oggi lo può esercitare anche sulla morte.

mercoledì 26 maggio 2010

Le donne prete


Maria Longhitano è un’insegnante siciliana di 35 anni. Vive a Milano. Da sabato scorso è anche un sacerdote. È stata ordinata in una chiesa di Roma a pochi passi dalle mura severe del Vaticano. La Longhitano non appartiene della Chiesa Cattolica Romana, ovviamente, bensì alla Chiesa Vetero Cattolica, un gruppo che dal XIX secolo ha rigettato il potere assoluto e il dogma dell’infallibilità del papa per abbracciare principi comunitari aperti al rispetto delle etnie e dei generi. In quest’ottica le donne possono essere ordinate sacerdoti, diaconi e vescovi.

“Non si può relegare Dio a un solo genere,” ha dichiarato la Longhitano al termine della cerimonia, “cioè a quello maschile.”

Secondo lo stesso principio, la chiesa episcopale Statunitense ha permesso di recente a una donna di 56 anni di nome Mary Glasspool di diventare vescovo. La Chiesa Anglicana, da cui dipende la Chiesa Episcopale, non ha però accolto favorevolmente l’iniziativa. In questo caso non conta il sesso della donna, quanto le sue inclinazioni sessuali. Mary Glasspool infatti è dichiaratamente lesbica e convive con la compagna dal 1988. Alla cerimonia di investitura erano presenti almeno 3000 persone. Non sarà facile per la casa madre di Londra convincere i fratelli americani a cambiare idea, a meno di rischiare una pericolosa scissione.

La storia di Janine Denomme è ancora più toccante. La donna è sempre stata una fedele devota della chiesa cattolica di Chicago, la cui arcidiocesi è stata al centro di polemiche per svariati casi di pedofilia. Nel 2008 ha dovuto risarcire con ben 80 milioni di dollari circa 260 vittime riconosciute di preti pedofili.
Cinque settimane fa Janine Denomme, già malata terminale di cancro, ha chiesto al gruppo Roman Catholic Women Priests, che afferma il diritto delle donne al sacerdozio, di poter essere ordinata sacerdote. La donna è stata accontentata nel corso di una cerimonia di carattere puramente simbolico dal ‘vescovo’ donna del gruppo, Joan Houk.
Janine è deceduta il 17 maggio scorso. Il vescovo di Chicago, per punizione, ha negato alla donna il diritto di avere una sepoltura cristiana nel cimitero della comunità. La decisione ha suscitato incredulità e critiche da parte degli amici della donna. Janine è sempre stata una devota fedele della chiesa, al punto da aspirare al ruolo di sacerdote per essere più vicina possibile a Gesù. Il vescovo ha giustificato la decisione dicendo che la donna si era volutamente allontanata dalle regole della comunità, pertanto meritava di esserne esclusa.
Può essere, tuttavia stupisce che tanta durezza non sia mai stata adoperata contro i preti che si sono macchiati dei più orrendi delitti contro l'infanzia e contro la chiesa stessa.

lunedì 24 maggio 2010

Massimo Moratti c'è cascato ancora

Vi ricordate i giorni in cui Ronaldo abbandonò l’Inter? Era il 2002, Ronaldo aveva appena terminato il suo primo campionato dopo il grave infortunio, aveva perso con i nerazzurri il famoso campionato del 5 maggio, ma era un giocatore rigenerato. Anche allora fu il Real Madrid a fare la parte la parte del diavolo tentatore.  In pochi giorni il giocatore che il presidente aveva protetto e coccolato per due anni decise di fare le valigie. Anche allora tutto era cominciato con le mezze voci, i titoli dei giornali spagnoli, le dichiarazioni dei procuratori. Anche allora il presidente gentiluomo aveva atteso l’incontro decisivo, sicuro di ricucire lo strappo. Invece la notizia arrivò inesorabile. Ronaldo scappò a Madrid nottetempo, lasciando in preda allo sconforto il popolo dei tifosi interisti. Vennero fuori parole grosse: “traditore”, “ingrato”, “mercenario” furono le più riferibili. Moratti fece buon viso a cattivo gioco, di certo ne soffrì parecchio. Prima di quella storia il presidente aveva visto andare via giocatori come Vieri, Pirlo, Seedorf. Tutte le volte con amarezza contenuta. Con Ronaldo era diverso. Era una vicenda ‘umana’ più che sportiva, come ebbe a dire lui stesso. Era come essere traditi da un figlio.

In questi giorni il dramma d’amore tradito si sta ripetendo con José Mourinho. Il tecnico portoghese non ha atteso nemmeno un giorno dopo la vittoria della Champions League per annunciare il suo passaggio al Real Madrid. Pare che abbia già indicato i giocatori da acquistare, lo staff tecnico e perfino la sede del ritiro precampionato, in Irlanda. Moratti dal canto suo ha dichiarato che tenterà di fare di tutto per trattenerlo. Ovviamente quando dice che farà di tutto, significa che gli offrirà altri soldi, più degli undici milioni di euro di contratto che il Real ha messo sul piatto (ai quali si aggiungono altri nove per la clausola rescissoria). Massimo Moratti sa che nel calcio l’amore si paga, e caro. Eppure non ha mai perso l’atteggiamento romantico, e molto ingenuo, di chi crede che in quel mondo esistano ancora rispetto e fedeltà.  Sarebbe interessante sapere cosa pensano in queste ore Maicon e Milito che Mourinho sta già tentando di portarsi dietro a Madrid. E chissà cosa pensa Mario Balotelli, il ragazzo che qualche mese fa era stato additato come traditore dallo stesso tecnico e quasi linciato dai suoi compagni e dal pubblico. Resta il fatto che José Mourinho non ha saputo dire una sola parola di ringraziamento per il presidente che gli ha permesso di avere quei giocatori a suon di milioni. Saper vincere è una dote rara, saperlo fare con classe ed eleganza lo è ancora di più.

giovedì 20 maggio 2010

cara Michelle Obama, davvero volete cacciare mia madre?

Ieri Michelle Obama ha tenuto una piccola conferenza in una scuola del Maryland, insieme alla moglie del presidente della repubblica messicana Calderon. Doveva essere una di quelle facili occasioni stampa con i bambini, senza troppi rischi. Invece si è rivelata il classico boomerang. La moglie del Presidente degli Stati Uniti era in visita alla scuola per parlare di obesità e di corretta alimentazione. A sorpresa, una delle alunne sedute in cerchio ai suoi piedi ha alzato la mano e ha chiesto se è vero che il marito della signora Michelle ha in mente di cacciare dal paese tutti gli immigrati senza i documenti in regola. La first lady ha ammesso che il problema c’è ed è serio. ‘Bisogna fare in modo che la gente venga qui con i documenti in ordine,’ ha dichiarato, lasciando intendere che la risposta fosse sì. La bambina, che ha sette anni, non ha esitato: ‘mia madre non ha nessun documento’. I bambini sono così, quando meno te l’aspetti ti dicono che il re è nudo. Poco conta se in questo caso il re è una regina e indossa abiti firmati Calvin Klein.

“Vedremo, faremo qualcosa,” ha balbettato Michelle Obama, non si capisce se in tono minaccioso o compassionevole. In effetti, in Usa la questione è scottante. L’amministrazione di Obama, il presidente nero sostenuto dalle minoranze, avrebbe già disposto un numero di espulsioni vicino a quello del suo predecessore George Bush. Intanto lo stato dell’Arizona ha appena varato leggi severissime che alimentano discussioni e polemiche anche con i paesi vicini, Messico in testa.
Non si sa se sia stata ingenuità o furbizia. Chissà se qualcuno avrà il coraggio di toccarle la mamma. Di certo la domanda della bambina che ha ‘tradito’ sua madre ha posto l’accento su una questione molto delicata e molto imbarazzante. Soprattutto per lady Obama.

mercoledì 19 maggio 2010

L'ultima foto.

Se non sei abbastanza vicino, non puoi fare una bella foto.

La frase è di Robert Capa, il primo grande fotografo di guerra. Aveva ragione. La fotografia è un’arte che si fa sul campo. Non ammette la paura e non consente riparo. Nemmeno quando intorno brucia l’inferno.

Si dice che Fabio Polenghi, il free lance italiano ucciso da una pallottola ieri a Bangkok, non fosse un fotografo di guerra. Era milanese e aveva iniziato nella moda. In poco tempo si era fatto conoscere, era quotato, tanto che lo avevano chiamato a collaborare i più importanti stilisti e  le riviste più famose. Poi, improvvisamente, qualche anno fa, Fabio si è stancato. Ha lasciato il mondo dei lustrini e delle paillettes e ha cominciato a viaggiare alla ricerca di soggetti più interessanti. In un’intervista concessa a un giornale francese aveva dichiarato che il mondo della moda era troppo esigente, gli rubava l’attenzione e lo privava della possibilità di cogliere l’aspetto umano del suo lavoro.
Perciò Fabio Polenghi è partito. Ha viaggiato molto: Giappone, Brasile, Cuba, Messico, Sud Africa. Dei suoi viaggi ha lasciato una traccia profonda, fatta di migliaia di immagini. Polenghi cercava i suoi soggetti nelle periferie, illuminava col suo flash gli angoli bui delle favelas e delle metropoli. Nei suoi reportage si vedono mendicanti, prostitute, ragazzini con la pistola e poi atleti di ogni sport e di ogni paese.
Fabio Polenghi aveva fermato nelle sue foto corridori di fondo messicani stremati, velociste nere nel momento del passaggio del testimone, lottatori tailandesi in preghiera. Ne aveva fatto un libro meraviglioso che ancora non ha trovato un editore.
Negli ultimi tre mesi Fabio Polenghi aveva scelto il sud est asiatico. Quando è partito probabilmente non si aspettava di trovarsi così vicino a una guerra civile come quella scoppiata dopo la rivolta delle Camicie Rosse. Un vero reporter però è fatto così, non può tirarsi indietro. Fabio è sceso per strada a Bangkok, vicino al fuoco della sua camera e a quello dei fucili dell’esercito governativo. Un giornalista dello Spiegel lo cita in un suo pezzo del 16 maggio, in cui descrive la repressione violenta dell’esercito contro i dimostranti:‘… il fotografo italiano Fabio Polenghi osserva come l’esercito spara su un’ambulanza scortata dalla polizia,” scrive.
Era vicino, fin troppo.
Quando l’hanno colpito Fabio indossava un casco e un giubbotto antiproiettile. Sapeva il rischio che correva e sapeva anche di tenere in mano un’arma temuta più delle armi da fuoco, la sua fotocamera.
Chi l’ha colpito pensava di uccidere un nemico. Non sapeva di uccidere un grande fotografo.

martedì 18 maggio 2010

La sedia vuota di Jafar Panahi


Quest’anno nella Giuria del festival di Cannes c’è una sedia vuota.
Il regista iraniano Jafar Panahi, scelto tra i giurati, non ha potuto onorare l’invito perché si trova in una prigione in Iran. Panahi, 49 anni, ha vinto il Leone d’oro, l’Orso d’argento e una Camera d'oro a Cannes. Il suo cinema è preciso, minuzioso, attento ai dettagli e fedele alla verità dei fatti e delle persone. Ha esordito con il film ‘Il palloncino Bianco’ (1995); il suo capolavoro è ‘Il Cerchio’ (2000), con cui ha trionfato a Venezia, una storia che parla di otto donne incarcerate in Iran.

Il primo marzo di quest’anno alcuni agenti in borghese l’hanno prelevato dalla sua casa, insieme alla moglie e ad alcuni suoi ospiti. Dopo lunghi interrogatori sono stati rilasciati tutti tranne lui. Jafar Panahi è stato rinchiuso nel famigerato carcere di Evin, quello riservato ai prigionieri politici. L’accusa è molto vaga. Il regime degli Ayatollah sospetta che il regista stesse preparandosi a girare un film sulle manifestazioni degli oppositori del governo all’indomani della rielezione di Amadinejhad. Panahi infatti è un sostenitore di Moussavi, leader dell’opposizione, ma soprattutto è un intellettuale indipendente schierato contro gli Ayatollah.

Lo scorso giovedì al festival di Cannes è stato letto un suo messaggio di ringraziamento alla Francia per l’appoggio ricevuto. Subito dopo è stato proiettato un video di tre minuti in cui il regista racconta il suo precedente arresto avvenuto nel luglio 2009. Panahi era stato fermato nei pressi del cimitero dove si svolgeva la cerimonia funebre di Neda, la ragazza colpita a morte da un cecchino durante una manifestazione a Teheran. Anche allora sospettavano di lui e della sua telecamera. In quell’occasione, racconta Panahi, il poliziotto incaricato di interrogarlo gli aveva chiesto perché non avesse ancora lasciato l’Iran, perché non andasse a girare i suoi film all’estero. Era una minaccia che si è rivelata profetica.

Proprio a Cannes si è saputo che Jafar Panahi ha iniziato lo sciopero della fame. L’ha rivelato una giornalista iraniana durante la conferenza stampa di presentazione di “Copia Conforme”, il nuovo film di Abbas Kiarostami con Juliette Binoche. Quando l’ha saputo, l’attrice francese ha pianto.