L’Italia è un paese strano. Questo deve aver pensato l’italo-svizzero-canadese Sergio Marchionne quando ha saputo l’esito del referendum sul contratto di lavoro della fabbrica di Pomigliano. La sua proposta ha vinto, e bene. Il 62% dei lavoratori ha accolto favorevolmente le nuove condizioni da lui poste per il trasferimento della produzione della Panda dalla Polonia all’Italia. Nella sostanza, però, Marchionne ha perso su tutta la linea. In primo luogo perché non è riuscito nell’intento di coalizzare i lavoratori intorno al suo progetto di rilancio della fabbrica del sud. Il 62% dei sì (sul 95% degli operai che hanno votato) può sembrare una percentuale elevata, ma non in una fabbrica come Pomigliano. Il 38% di lavoratori contrari è una percentuale troppo alta e inaspettata anche per lui, che tutto vede e prevede. Ciò significa un futuro di contestazioni, scioperi frequenti e ad alta partecipazione, piccoli e grandi sabotaggi. Marchionne voleva una fabbrica allineata e silente, una struttura di tipo militare simile alla fabbrica di Tychy in Polonia, che, numeri alla mano, sforna automobili a ritmi quasi inumani. Oggi invece Sergio Marchionne sa di avere in mano una bestia indocilita dalle minacce, ma sempre pronta a imbizzarrirsi. Il risultato atteso era almeno l’80% dei consensi. A Torino gira già voce che il piano salterà e che la Panda resterà in Polonia. E qui sta la seconda, clamorosa sconfitta di Marchionne, che ha voluto fortemente questo piano e ha imposto il referendum agli operai. Adesso che ha ottenuto il sì, quell’accordo è tenuto a rispettarlo. Gliel’hanno già ricordato la Cisl e il governo (to’ chi si rivede). Chiudere Pomigliano adesso significa sbattere la porta in faccia a quasi tutti i sindacati, alla Confindustria, ai politici, oltre che dire addio a una buona fetta del mercato in Italia. Non c’è dubbio che, dopo lo smantellamento di Termini Imerese, una nuova chiusura al Sud sarebbe fatale, oltre che per l’economia della regione, anche per l’immagine del gruppo.
A Marchionne, che si dice sia un buon giocatore di briscola, resta una sola soluzione ragionevole: tornare al tavolo delle trattative, ridare le carte e smettere i toni del piccolo Henry Ford.
In gioco c’è la sopravvivenza di migliaia di operai, ma anche della stessa Fiat.
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