
È giusto o no scrivere di mafia?
Nelle ultime 48 ore la questione è tornata di attualità dopo che il premier Silvio Berlusconi ha espresso nuove e dure critiche agli scrittori e sceneggiatori che hanno raccontato e raccontano la Mafia. Secondo lui gettano discredito sul nome dell'Italia nel mondo e attribuiscono alla mafia un fascino pericoloso. Fra tutti ha citato gli autori della Piovra e di Gomorra, quindi Roberto Saviano.
Roberto come suo solito ha risposto per le rime, ravisando in questo attacco un invito a tacere, a nascondere, a dire che va tutto bene. E magari a scrivere di adolescenti innamorati o di casalinghe disperate. No, ha risposto Saviano, lui non è tipo da tacere. Non è tipo da vedere le cose e voltarsi dall’altra parte.
A me intanto sembra che in questa affermazione di Berlusconi ci sia almeno un vizio di fondo. Lui confonde la Cronaca sulla mafia con la Fiction sulla mafia.
È vero, la ‘mafia’ è un genere letterario. Nasce in Usa con Mario Puzo e i suoi tre libri sul Padrino e arriva fino ai Sopranos, famosa serie televisiva, che si è conclusa dopo 86 episodi tutti di enorme successo. In Italia la fiction per eccellenza sulla Mafia è stata la Piovra, insieme a film come l’onore dei Prizzi e Dimenticare Palermo.
Ora, i generi letterari o cinematografici non possono essere giudicati buoni o cattivi. Sono finzione e si alimentano di fantasia. Il mondo del Padrino è totalmente surreale, i valori sono estremizzati e i toni sono quelli di una tragedia greca. Nessuno al mondo, credo, si è mai deciso a fare il mafioso dopo aver visto Marlon Brando con le guance imbottite. Nessuno.
Altra cosa è la cronaca. Gomorra rientra in un genere che non è immaginario. Saviano l’ha detto tante volte. I fatti che racconta sono accaduti e documentati. Non crea finzioni romanzesche, semmai racconta minuziosamente ridicoli vizi, miserie e crudeli riti criminali. Nulla di affascinante, ma prezioso per noi per capire la mentalità e il modo di agire dei mafiosi.
In questo, il lavoro di Saviano non è lontano da quello di Giancarlo Siani, trucidato dalla camorra il 22 settembre 1985 per una serie di articoli sgraditi ai boss, poco prima di compiere 26 anni. E si potrebbero ricordare Peppino Impastato, Mauro de Mauro e tanti altri che hanno avuto il coraggio di parlare e scrivere contro le mafie e per questo hanno perso la vita. Non facevano letteratura, combattevano soltanto il silenzio, la paura e l’ignoranza.
Su una cosa ha ragione Berlusconi. La cronaca e la fiction hanno diffuso nei cinque continenti l'idea orribile Italia=Mafia.
C'è solo un modo per uscirne. Ricordare a tutti che l'Italia ha saputo produrre oltre alla malattia anche i suoi anticorpi: i giudici, i poliziotti, i giornalisti e gli scrittori che con il loro lavoro sfidano la mafia tutti i giorni. Quelli sono i buoni del nostro film e di loro si dovrebbe parlare molto di più.
A Saviano, a Lirio Abbate, a Rosaria Capacchione e a tanti altri giornalisti che ostinatamente scrivono di mafia e camorra può andare soltanto l'incoraggiamento e la stima incondizionata di tutti.
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