martedì 11 maggio 2010

La Macchia Nera 2

L’anno scorso la British Petroleum, il colosso del petrolio britannico, ha speso 16 milioni di dollari in azioni di lobbying presso il governo degli Stati Uniti.

Soldi ben spesi, senza dubbio, a giudicare dalla benevolenza con cui gli stessi politici americani hanno lasciato perforare a piacimento le coste adiacenti gli Usa senza pretendere un piano di sicurezza adeguato. Anzi ignorando volutamente ogni rischio.
Pare sia stato George Bush, e chi sennò, il primo a chiudere un occhio, lui così sensibile ai problemi di oro nero. L’amministrazione di Obama però non ha cambiato rotta, anzi il presidente in carica era già pronto a concedere altre licenze per estrazioni di petrolio sottomarino.
Pare che ultimamente abbia cambiato idea.

Il 20 aprile scorso una piattaforma di estrazione della BP posizionata nel Golfo Del Messico, di nome Deepwater Horizon, è esplosa, provocando la morte di undici operai e il collasso della struttura. Dalla falla provocata dall’esplosione ha iniziato a fuoriuscire petrolio, un’emorragia copiosa e irrefrenabile, che continua tuttora.

Ogni giorno si perdono in mare 5mila barili di greggio, che finiscono perlopiù sulle coste della Louisiana, dell’Alabama e del Messico. L’ecosistema è devastato, le economie locali, basate sulla pesca, pure.
L’ultimo tentativo di mettere fine al disastro è fallito domenica scorsa. Una grossa cupola è stata calata a 7000 metri di profondità, nella speranza di intercettare e pompare il petrolio in superficie. Il canale da cui avrebbe dovuto passare, però, si è ostruito e la cupola non è servita a nulla.

Già si pensa di calare un’altra cupola, ancora più grande, ma le speranze si fanno sempre più piccole. Alla British Petroleum non sanno più che pesci pigliare.
D’altra parte, se continua così, di pesci ne resteranno ben pochi. In BP sono talmente disperati che hanno aperto un sito deepwaterresponse.com dove accolgono qualsiasi idea possa aiutarli a risolvere il problema. Ne sono arrivate di tutti i tipi, dai tappi di sughero da infilare nella falla, ai capelli da spargere in mare per assorbire il petrolio.

Intanto è iniziata la battaglia legale. La British Petroleum accusa un’altra società, la Transocean, proprietaria del pozzo e responsabile della sicurezza. La Transocean accusa a sua volta Bp e la società Halliburton, un altro colosso delle estrazioni che aveva il compito di proteggere con il cemento i condotti poi saltati in aria. La Halliburton, ovviamente, accusa le altre due di non aver rispettato il regolamento sulla sicurezza, che però non esisteva nemmeno.
Nessuno aveva valutato seriamente i rischi.
Insomma, si tratta del tipico scaricabarile. Un barile pieno zeppo di petrolio.

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