mercoledì 5 maggio 2010

La generazione senza futuro?


Lo scorso 30 marzo una ragazza di Bristol di nome Viki di ventun'anni ha deciso di farla finita. Ha ingerito un paio di scatole di tranquillanti e di altri medicinali e si è addormentata sul divano del soggiorno. I genitori l’hanno trovata lì qualche ora dopo. Già morta.
Ha lasciato un biglietto in cui c’era scritto: “semplicemente non voglio più essere me stessa.”

Fin qui questa sarebbe una storia come tante, triste ma comune, se i genitori non avessero rivelato ai giornali che la ragazza aveva ricevuto ben 200 lettere di rifiuto dopo altrettanti colloqui di lavoro.
Un paio d’anni fa Viki aveva lasciato l’università nella speranza di trovare un impiego, magari poco qualificato, ma abbastanza dignitoso da permetterle di sopravvivere.
Il suo unico errore, dicono i genitori, è stato fare quella scelta nel pieno della crisi economica più grave degli ultimi 50 anni.
La madre non riesce a darsi pace. In fondo la situazione della figlia non era diversa da quella di decine di migliaia di giovani inglesi e non solo. Ha ragione.
Le crisi finanziarie, la precarietà endemica, la delocalizzazione delle aziende rischiano di mettere fuori gioco migliaia di giovani europei. A ciò si aggiunge la concorrenza di lavoratori immigrati meno pagati e più affamati. Qualche sociologo parla già di una Lost Generation. Una generazione perduta, senza speranze, senza prospettive.

Non c’è bisogno di sociologi. Se dovessero intervistarci su come sarà il futuro diciamo tra cinquant’anni, molti di noi, credo, risponderebbero che sarà peggiore del presente, se ci sarà un futuro. Non è facile catastrofismo, è un modo di pensare molto più diffuso di quanto si pensi.
Basta guardare un film recente ambientato nei prossimi trenta o quaranta anni. Quasi sicuramente sarà un film apocalittico, in cui si descrive un pianeta devastato dalle guerre, dall’inquinamento o da catastrofi naturali. Una specie di Blade Runner, o peggio.

Uno di questi film è tanto terribile che non è mai uscito in Italia. E non uscirà mai. I distributori italiani non l’hanno voluto comprare: è troppo triste, da noi non farebbe cassetta, dicono.
È tratto da un romanzo di Cormack McCarhty e si intitola come il libro, edito da Einaudi, La Strada. Il protagonista è Viggo Mortensen, lo stesso del Signore degli Anelli.
È la storia di un padre e di suo figlio, un bambino, sopravvissuti a una catastrofe nucleare, che si aggirano in un mondo pieno di macerie e di cenere.
Il loro unico obiettivo è sopravvivere fino al giorno dopo, sfuggire alla fame e al freddo e agli attacchi di folli sette sanguinarie. Molto triste.
Però c’è un però. Anche in una storia buia come questa si nasconde un piccolo barlume di speranza.
C’è un motivo per cui il protagonista, il padre, ha deciso di attaccarsi disperatamente alla vita.
Quella speranza è suo figlio.
Finché il bambino sarà vivo, lui sa che ci sarà sempre un futuro da difendere con tutte le forze. Un futuro migliore sul quale scommettere.

Fa pensare, no? Forse non tutte le storie tristi sono poi così tristi davvero. E chissà perché la gente dovrebbe sempre far finta di ridere.
Ma questa è un'altra storia.

Trailer del film The Road che forse non vedremo mai:
http://www.youtube.com/watch?v=Dwh091XXp1g

3 commenti:

  1. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

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  2. in che senso è stato eliminato? quando, perché?

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  3. tranquilla non è censura, è autocensura

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