martedì 7 dicembre 2010

La strana coppia Berlusconi-Renzi

Sui giornali ha avuto grande rilevanza la notizia dell'incontro di lunedi tra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, il giovane e rampante sindaco PD di Firenze.
L'incontro si è tenuto ad Arcore, residenza privata del premier nonché rinomata sede di feste (e festini) quanto meno chiacchierati. Molti a sinistra già storcono il naso, dimenticando forse che il sindaco di Firenze non si considera un leader di sinistra.
Non a caso, durante l'incontro, Berlusconi ha dichiarato che Matteo Renzi gli somiglia molto.
Ma perché mai il buon Matteo ha deciso di salire poprio ora sul carro dell'ex vincitore, nel pieno del fuggi fuggi dei suoi stessi alleati?
Le spiegazioni possibili sono due. O Renzi è uno sprovveduto in cerca di facile notorietà, oppure ha capito che Silvio è tutt'altro che maturo per la rottamazione. E che forse questo è il momento buono per chiedere qualcosa, in cambio di qualcos'altro. Per esempio una buona parola con i moderati del PD e non solo, in vista del prossimo voto di fiducia.
Non va dimenticato che Silvio sarà forse un re morente, ma regna ancora su un impero sterminato fatto di giornali e TV, interessenze economiche e politiche di ogni tipo.
Una manna per uno che, legittimamente, vuole fare carriera e vuole farla in fretta.
Secondo Matteo Renzi, l'unico scopo dell'incontro era discutere degli interessi della città di Firenze. Chissà poi perché certi discorsi si debbano fare nella villa del premier e non nelle sedi istituzionali preposte.
Comunque sia, questa spiegazione ricorda molto quella data da Berlusconi circa i suoi frequenti incontri privati con Putin: 'faccio solo gli interessi del mio paese!'.
Non c'è che dire, i due si somigliano davvero.

foto da La Repubblica.it

giovedì 22 luglio 2010

il Don Giovanni (senza fortuna) di Palestina

Forse ne era davvero innamorato, forse no. Di sicuro, il trentenne di origine araba Sabbar Kashur sapeva di avere un solo modo per sedurre la ragazza israeliana di cui si era invaghito: fingere di essere ebreo anche lui. Così ha fatto. Pare che abbia avanzato anche proposte di matrimonio, promesse di marinaio evidentemente, anche perché il palestinese non poteva ignorare che i matrimoni misti in Israele sono meno frequenti delle mosche bianche.
Sta di fatto che la ragazza gli ha creduto e ha accettato di passare una notte con lui.
In amore tutto è permesso, si dice. Be’ in Israele non la pensano così. Quando la ragazza ha scoperto l’inganno ha denunciato il palestinese per stupro. E così quella che sarebbe potuta essere una storia d’amore tra ragazzi di due popoli storicamente nemici è diventata una brutta storia di cronaca . Tutto questo accadeva nel settembre 2008.
La corte di giustizia di Gerusalemme si è pronunciata di recente. Kashur è stato condannato a 18 mesi di carcere per violenza sessuale. Nelle motivazioni della sentenza si legge che la ragazza non ha subito violenza fisica, ma ha certamente subito violenza psicologica, perché, se avesse saputo che il ragazzo era palestinese, certamente non sarebbe andata a letto con lui.
La motivazione sembra strana, ma forse noi occidentali siamo abituati a dare ben poca importanza alle differenze religiose e a darne molto di più ai sentimenti e alle passioni. Non si capisce però perché tanto accanimento da parte dei giudici. Uno di loro Tzvi Segal ha dichiarato al Guardian: «Siamo obbligati a proteggere i cittadini dai criminali che ingannano le loro vittime, corrompendone corpo e anima. Quando viene a mancare la fiducia tra le persone, la Corte deve schierarsi dalla parte degli innocenti. Dobbiamo salvaguardare il loro benessere ed evitare che siano manipolati ed ingannati».
In altre parole, lo stato deve garantire che gli israeliani siano sempre ben distinti e riconoscibili dai palestinesi che vivono nel loro territorio, a dispetto delle apparenze o delle simpatie reciproche. Chiunque tenti di superare il muro invisibile che divide i due popoli è di per sé un criminale.
Forse non ne era consapevole, ma, con la sua bravata, Sabbar Kashur ha messo in discussione le basi del regime di apartheid che regna ancora oggi in Israele. 

mercoledì 21 luglio 2010

Le ceneri di Ceausescu

La memoria storica è un piatto che va servito freddo.
Capita di tanto in tanto che alcuni popoli sentano il bisogno di fare luce su eventi cupi e luttuosi del proprio passato. Una strana ostinazione li porta a rivangare fatti storici tumultuosi, anche a costo di attizzare vecchi rancori e grandi inimicizie. I crimini commessi durante i regimi o le guerre civili sono l’oggetto ideale per questi improvvisi flash back.
Molto spesso, infatti, la pacificazione dei conflitti viene siglata con il silenzio, le violazioni dei diritti umani, le atrocità commesse sono dimenticate in nome della concordia ritrovata.
Così è accaduto in Italia, alla fine della guerra, in Spagna dopo Franco e così è accaduto in Romania, alla fine del terribile regime di Nicolae Ceausescu, durato dal 1965 al 1989. Il 22 dicembre del 1989, nel pieno della rivolta popolare, Ceauscescu, che era stato un dittatore duro al limite del sadismo, tentò una fuga disperata all'estero. Venne però catturato e processato.
Il processo durò soltanto tre giorni. Le prove contro di lui erano schiaccianti, il suo stesso regime appariva un crimine agli occhi dei romeni infuriati. I giudici lo condannarono a morte senza esitazioni. Il dittatore e sua moglie vennero uccisi il 25 dicembre e sepolti in un cimitero di Bucarest.
Come capita spesso in casi del genere, oggi il ricordo di Ceausescu suscita ancora nella maggior parte dei romeni odio e rancore, ma anche una certa nostalgia, in molti altri. Ogni anno a Natale, l'anniversario della sua morte, qualcuno viene a depositare dei fiori sulla sua tomba.
In particolare, il genero del dittatore Mircea Opran, vedovo della figlia Zoe, durante tutti questi anni non ha smesso di chiedere una verifica delle circostanze della sua condanna a morte. In particolare è convinto che il suocero e la moglie siano stati sepolti in un altro luogo, non nel punto in cui effettivamente si trova la tomba.
Oggi un tribunale di Bucarest ha dato seguito alla sua richiesta e ha fatto riesumare i due cadaveri per procedere ai dovuti rilievi.
Pare però che lo stesso Opran abbia già riconosciuto il cadavere del suocero.
Qualunque cosa accada, probabilmente l'episodio non avrà particolari consguenze del punto di vista giuridico, certamente ne avrà dal punto di vista politico. Aver riportato alla luce le spoglie del dittatore è come aver riportato alla luce un passato contraddittorio e difficile. Sicuramente ha suscitato tra i romeni una forte impressione e forse anche qualche senso di colpa. A maggior ragione in piena crisi economica, in un momento in cui la nostalgia per il comunismo di Stato, in Romania e non solo, è quanto mai viva.

venerdì 16 luglio 2010

Il bambino è un prodigio (di tristezza)

Sul Corriere della Sera di oggi si legge la storia di un bambino, il piccolo Ettore, che vive a Perignano, un paese vicino a Siena. Ettore ha solo tre anni e all'apparenza sembra un bimbo normale. Da quando ne aveva due però è in grado di leggere i giornali, e non nel modo tipico dei bambini che imparano a leggere, bensì come un adulto di buona cultura. Tutto d'un fiato e senza incertezze. Non solo, pare che Ettore sia in grado di capire e di memorizzare ciò che legge.
Il fenomeno non è sfuggito ai pediatri della zona. Il primo ad accorgersene è stato un medico di San Gimignano, il dottor Celandroni, durante una visita di controllo. Il bambino infatti ha cominciato a leggere i nomi scritti sulle scatole dei medicinali alle sue spalle. Per un bimbo di due anni era un prodigio e infatti da quel momento Ettore è conosciuto nella zona come un genio in erba. Tra l’altro, da allora, il bambino ha fatto progressi.
Al ‘Corriere’ i genitori dichiarano fieri che il piccolo Ettore è in grado di leggere da solo tutti i giornali, che conosce i nomi dei ministri e delle massime cariche dello Stato. Fedele alla sua ‘antica’ passione per i nomi dei farmaci, sarebbe addirittura in grado di consigliare il medicinale adatto a seconda del tipo di disturbo. Dulcis in fundo, il bambino è in grado di consultare il televideo e di consigliare ai genitori i programmi televisivi da guardare .
Pare invece che Ettore non dimostri nessun particolare interesse per i giochi e per le storie per bambini. Sono troppo banali e noiosi per lui.

Ora, nessuno sa cosa ci trovi di così interessante un bambino di tre anni nel resoconto quotidiano delle nefandezze d'Italia e del mondo, quale misterioso fascino abbiano per lui i nomi di Alfano, di Schifani o di D'Alema, quanta gioia gli provochi sapere a cosa servono la Tachipirina o il Buscopan.
Di certo il piccolo Ettore, come spesso accade ai bambini prodigio, rischia di diventare un adulto parecchio triste.

giovedì 8 luglio 2010

Il polpo alla tedesca



L’ormai noto polpo Paul, celebre oracolo tentacolare ospitato nell’acquario di Oberhausen, è in grave pericolo. Dopo aver azzeccato tutti i risultati della nazionale tedesca, compresa la sconfitta di ieri sera contro gli spagnoli, il cefalopode si è guadagnato la fama indiscussa di indovino. Ma anche l’antipatia dell’intera Germania. Alcuni giornali (tra tutti l’Hamburger Abendblatt) oggi auspicavano una fine violenta del polpo: fritto, grigliato o bollito. Come accade dai tempi di Cassandra, anche nella Germania del 2010 l’indovino che predice sventura viene identificato con la sventura stessa. Poco importa che si tratti di un animaletto del tutto ignaro delle conseguenze delle sue previsioni.

Intanto, la minaccia è stata presa con ironia dal primo ministro spagnolo Zapatero, che oggi ipotizzava l’invio nell’acquario tedesco di una squadra di bodyguard. La ministra della pesca Elena Espinosa sembrava invece serissima quando ha detto di essere pronta a chiedere in sede di Unione Europea una moratoria temporanea della pesca del polpo (non si sa come faranno gli spagnoli senza il ‘pulpo alla Gallega’).

Isterismi a parte, se non finirà in pentola, il polpo Paul verrà interpellato anche sull’esito della finale tra Olanda e Spagna. Comunque vada, uno dei due paesi finalisti lo odierà a morte.
Per equità gli inservienti dell'acquario dovrebbero lasciargli anche la possibilità di astenersi.

La guerra fra poveri

Il 2 marzo 1968 Pier Paolo Pasolini scrisse una poesia diventata celebre. In quell’occasione il poeta prese posizione in modo clamoroso a favore dei celerini, i poliziotti che avevano caricato i giovani sessantottini durante la famosa contestazione di Valle Giulia.
Un passo della poesia recita: “quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti/ io simpatizzavo coi poliziotti!/ Perché i poliziotti sono figli di poveri. /Vengono da periferie, contadine o urbane che siano…”
Pasolini stava coi celerini perché erano più poveri, i sottoproletari mal pagati e mal istruiti. I manifestanti invece erano studenti universitari, che allora era come dire ‘figli di papà’.
Ancora Pasolini: “A Valle Giulia, ieri / si è così avuto un frammento/ di lotta di classe: e voi amici/ (benché dalla parte della ragione)/ eravate i ricchi.”
La poesia suscitò ovviamente una polemica violenta, il movimento studentesco bollò Pasolini come traditore, ma il poeta non cambiò mai idea.
Anche oggi, nei pressi di Montecitorio e di fronte a Palazzo Grazioli si sono scontrati manifestanti e polizia. Stavolta le proteste erano animate dai cittadini dell’Aquila e dell’Abruzzo, che volevano far arrivare la loro voce fin sotto le finestre del Parlamento e davanti alla residenza romana del Premier, ormai identificata come il centro del potere che conta in Italia. Gli abruzzesi chiedono una legge organica, dopo tante parole, che possa far ripartire la ricostruzione, creare lavoro e dilazionare il pagamento delle tasse (come aveva promesso in pompa magna Berlusconi il giorno dopo il terremoto).
Nonostante la manifestazione fosse dichiaratamente pacifica, la polizia aveva l’ordine di non fare arrivare nessuno nel Santa Sanctorum del potere. Cosa che, giustamente, i manifestanti non hanno potuto sopportare. Dopo che è stato negato loro l’accesso alle loro città distrutte, non possono tollerare di vedersi negare anche il diritto alla protesta.
Il risultato è che sono volate spinte, manganellate e percosse. Alcuni manifestanti sono rimasti feriti e il centro di Roma si è trasformato in una piccola zona di guerra tra poveri.
Tornando a Pasolini mi chiedo da che parte starebbe oggi: con i senzatetto dell’Aquila, senza casa e senza lavoro, o con i celerini, ancora oggi mal pagati e mal trattati, costretti a fare da guardiani alla villa del padrone del Paese.
Forse, semplicemente,  il poeta oggi sarebbe rimasto in silenzio.

lunedì 5 luglio 2010

"No animali, no omosessuali"

Sul sito di Repubblica ieri è comparso un articolo che getta una nuova luce sul modo in cui l’omosessualità è considerata nel nostro paese. Su numerosi siti e giornali che ospitano offerte di case in affitto compaiono annunci del tipo: “no animali, no omosessuali”. Il fenomeno si presenta geograficamente indistinto, da nord a sud, da Como a Catanzaro. Se l’Italia non l’hanno fatta gli italiani, forse la faranno gli omosessuali, loro malgrado. L’omofobia infatti è uno dei pochi ‘sentimenti condivisi’ che vanno forte tra le masse più o meno istruite di questo paese.
Pare che i Gay, maschi e femmine, fatichino parecchio a trovare casa, soprattutto se sono studenti e hanno bisogno di una stanza. Sembrerà sorprendente, eppure i più restii a ospitare omosessuali sono proprio i giovani istruiti. La classe dirigente del futuro.
A questo punto urge una premessa: nessuno è esente dai pregiudizi. Gli stereotipi e i pensieri vagamente razzisti colpiscono tutti. Strisciano come anguille sottotraccia nell’inconscio delle persone. A tutti, almeno una volta, sarà capitato di accorgersi improvvisamente di avere mancato di rispetto, di provare timore o disprezzo verso una persona ‘diversa’, sia essa un gay, un immigrato o una persona diversamente abile. Già accorgersene è un buon segno.
Certi stereotipi sono parecchio radicati e superano ogni possibile livello razionale. Per esempio, l'opinione più diffusa sugli omosessuali è quella di individui portatori di malattie, vestiti in modo stravagante e sessualmente pervertiti. Averli sullo stesso pianerottolo o addirittura in casa deve sembrare a qualcuno come portarsi in casa Sodoma, il diavolo e la dannazione eterna. La chiesa naturalmente ci ha sempre messo del suo.
Eppure, al padrone di casa intrugnito e omofobo basterebbe fare un ragionamento semplice semplice per rendersi conto di due cose. Primo, un omosessuale è una persona come tutte le altre. Non ha maggiori pregi o difetti e averlo in casa non comporta più rischi di un qualsiasi etero. Nessuno è buono o cattivo per natura, tantomeno per inclinazione sessuale.
Secondo punto: statistiche alla mano, i gay sono mediamente più istruiti, hanno buona cultura, ottimo gusto e grande rispetto per il luogo dove vivono. Solitamente sono meglio occupati e guadagnano di più della media. Questo significa che possono essere ottimi inquilini.
Purtroppo per arrivare a queste semplici conclusioni occorre informarsi, capire e soprattutto pensare.
Peggio ancora è quando questo genere di preconcetti condiziona la vita pubblica, il modo di agire di parlamentari, professori universitari, giornalisti e imprenditori. Gli esempi negativi non mancano.
Ogni atto di discriminazione è un passo indietro, un’occasione persa che paghiamo già oggi a caro prezzo. Le innovazioni e le idee, infatti, vanno a braccetto con il senso del rischio e con l’anticonformismo, parola ormai desueta. Il mondo va esattamente in quella direzione e i più furbi l'anno capito.
Un esempio: in occasione del Gay Pride, la Fiat ha lanciato una serie di 500 Gay-friendly:  c’era il modello Lesbo, quello Drag queen, il modello Leather e quello Peluche, tutta coperta di peli tipo Teddy Bear. Pare che l’idea abbia suscitato un certo successo, anche commerciale.
Peccato che tutto ciò sia avvenuto in Spagna. In Italia, come sempre, i tempi non sono ancora maturi.

venerdì 25 giugno 2010

"Nur Italien nicht": che vinca il migliore, ma non l'Italia...

Non so se ve ne siete accorti. Appena si è diffusa la notizia dell’eliminazione dell’Italia, mezzo mondo ha fatto festa. Ieri sui siti dei giornali di quasi tutti i paesi sono comparse frasi ironiche all’indirizzo della squadra di Lippi: “Ciao ciao, Arriverderci Italia, Ridiculos,” e altre meno simpatiche. Su facebook e twitter non si contano gli sberleffi da parte degli stranieri. 
Ora, è normale che l’umiliazione della squadra campione faccia notizia. Altrettanto comprensibile è il sollievo delle nazioni ancora in gara nel vedere uscire un concorrente temibile (sulla carta). Al netto di queste considerazioni, però non si spiega perché l’Italia e gli italiani stiano sulle scatole a mezzo mondo. Nemmeno la Francia è riuscita a superarci in questa speciale classifica. Non è bastato scegliere come allenatore l’odioso Domenech e una squadra di giocatori boriosi e nevrotici. I più odiati siamo ancora noi. C’è una canzoncina di un gruppo comico che spopola in Germania. Più o meno dice che possono vincere tutti tranne l’Italia “nur Italien nicht”, perché l’italia non si sopporta. Sarà che brucia ancora la sconfitta del 2006 o quella nella finale dell’ultima Champions League, persa dal Bayern contro l’Inter, ma l’impressione è che ci sia qualcosa di più. 
Per anni gli italiani sono stati additati come la squadra dei tuffatori, dei provocatori, dei piagnoni infidi e catenacciari. Provate fare il nome di Tassotti agli spagnoli, di Materazzi ai Francesi e o di Grosso agli Australiani, per capire di cosa stiamo parlando. Non va meglio con le squadre di club. L’Italia è vista come la tipica squadra che corre poco, aspetta l’avversario e colpisce a tradimento in contropiede. Così molti stranieri immaginano gli italiani: il popolo della ‘dolce vita’ e dell’alta moda, che vive sempre un tantino al di sopra delle sue possibilità e fatica poco. Il tutto senza ombra di serietà e di onestà. 
E i nostri politici, governo in testa, non ci aiutano molto.
A questo punto viene da dire che non tutti i mali vengono per nuocere. Una sconfitta così disastrosa non potrà che renderci un po’ più simpatici. D’altra parte gli azzurri di Lippi hanno perso, male, ma non hanno avanzato scuse patetiche. Hanno simulato poco e a ben vedere hanno fatto pochissimo catenaccio. Viene quasi da dire che l’Italia è stata la meno ‘italiana’ di tutte le squadre di questo mondiale. 

Visti i risultati, forse la prossima volta sarà bene ripensarci.

mercoledì 23 giugno 2010

Marchionne vince, anzi no

L’Italia è un paese strano. Questo deve aver pensato l’italo-svizzero-canadese Sergio Marchionne quando ha saputo l’esito del referendum sul contratto di lavoro della fabbrica di Pomigliano. La sua proposta ha vinto, e bene. Il 62% dei lavoratori ha accolto favorevolmente le nuove condizioni da lui poste per il trasferimento della produzione della Panda dalla Polonia all’Italia. Nella sostanza, però, Marchionne ha perso su tutta la linea. In primo luogo perché non è riuscito nell’intento di coalizzare i lavoratori intorno al suo progetto di rilancio della fabbrica del sud. Il 62% dei sì (sul 95% degli operai che hanno votato) può sembrare una percentuale elevata, ma non in una fabbrica come Pomigliano. Il 38% di lavoratori contrari è una percentuale troppo alta e inaspettata anche per lui, che tutto vede e prevede. Ciò significa un futuro di contestazioni, scioperi frequenti e ad alta partecipazione, piccoli e grandi sabotaggi. Marchionne voleva una fabbrica allineata e silente, una struttura di tipo militare simile alla fabbrica di Tychy in Polonia, che, numeri alla mano, sforna automobili a ritmi quasi inumani. Oggi invece Sergio Marchionne sa di avere in mano una bestia indocilita dalle minacce, ma sempre pronta a imbizzarrirsi. Il risultato atteso era almeno l’80% dei consensi. A Torino gira già voce che il piano salterà e che la Panda resterà in Polonia. E qui sta la seconda, clamorosa sconfitta di Marchionne, che ha voluto fortemente questo piano e ha imposto il referendum agli operai. Adesso che ha ottenuto il sì, quell’accordo è tenuto a rispettarlo. Gliel’hanno già ricordato la Cisl e il governo (to’ chi si rivede). Chiudere Pomigliano adesso significa sbattere la porta in faccia a quasi tutti i sindacati, alla Confindustria, ai politici, oltre che dire addio a una buona fetta del mercato in Italia. Non c’è dubbio che, dopo lo smantellamento di Termini Imerese, una nuova chiusura al Sud sarebbe fatale, oltre che per l’economia della regione, anche per l’immagine del gruppo.
A Marchionne, che si dice sia un buon giocatore di briscola, resta una sola soluzione ragionevole: tornare al tavolo delle trattative, ridare le carte e smettere i toni del piccolo Henry Ford.
In gioco c’è la sopravvivenza di migliaia di operai, ma anche della stessa Fiat.

lunedì 21 giugno 2010

Il fascino discreto dell'ignoranza.

Lo strafalcione è sempre più di moda. Anzi fa chic, non c'è dubbio. I politici fanno scuola, i giornalisti ne sono ormai maestri. Per non parlare di studenti e perfino professori. Nell'epoca dei correttori automatici conoscere l'ortografia è un optional, congiuntivi e passati remoti saltano come se niente fosse. Per non parlare dei termini stranieri, abusati e massacrati, dei luoghi geografici e delle date storiche. Tutto un fiorire di errori che dicono quanto il sapere sia in voga. Ben poco. D'altra parte basta ricordare che la scuola italiana è da sempre la vittima sacrificale prediletta dei tagli di ogni finanziaria che si rispetti. Certo, c'è ancora tanta gente che si indigna quando sente uno svarione alla tivù. Alcune trasmissioni televisive campano sugli errori dei famosi. Eppure è un'indignazione vana, un ridere a vuoto. L'ignoranza ha testimonial troppo importanti per non prevalere. È quasi uno Status Symbol. Chi non sa piace, perché fa sentire immensa la cultura di coloro che sanno qualcosa. E poi l'ignorante pare spiccio, di poche parole (sbagliate), ma di grandi azioni. L'uomo del fare deve essere anche un po'sgrammaticato per essere credibile.
Tra le donne, poi, il massimo del trendy è la bellona idiota. Sembra non ci sia nulla di più attraente per il maschio italico della bella figliola ignorante e stupidotta. Pensate alla trasmissione la Pupa e il Secchione, ma anche a importanti telegiornali, che hanno avallato lo stereotipo della belloccia ignorante che ha successo perché ha intenerito qualche pezzo da novanta.
I VIP non si contano. Non farò nomi, non è bello dare dell'ignorante a qualcuno. Potrei citare il rampollo di una conosciuta compagnia di automobili italiana, famoso per alcune movimentate vicende mondane e per il congiuntivo ballerino. Oppure il giovane figlio di un ministro del Nord Italia, orgogliosamente pluriripetente, oggi politico acclamato. Il suo soprannome è la Trota. Gliel'ha affibbiato suo padre, non certo per la sua cultura raffinata.
C'è un famoso detto di Goebbels, capo della propaganda nazista: “quando sento parlare di cultura, mi viene voglia di mettere mano alla pistola.” Voleva dire che la cultura è sospetta, elitaria, noiosa e inconcludente, quindi va combattuta. L'ignoranza invece è pura, semplice, primitiva. Soprattutto è manipolabile. A quali esiti abbia portato questa filosofia purtroppo lo sappiamo tutti. Anzi forse qualcuno non lo sa: è troppo ignorante.

venerdì 18 giugno 2010

Il Pomigliano della discordia

Un paio di mesi fa l’amministratore delegato della Fiat ha presentato alla stampa e agli interlocutori istituzionali il nuovo, ambizioso progetto industriale del gruppo. Si chiama Fabbrica Italia ed ha come simbolo (poca fantasia) un abbozzo di fabbrica sormontata da un tricolore. Il piano è una sorta di scommessa: aumentare la produzione delle automobili nel nostro paese, cioè rafforzare e modernizzare gli impianti, in un momento in cui tutte le grandi aziende mondiali sembrano colpite dal virus della delocalizzazione. L’investimento previsto è di due miliardi di euro, una cifra che ha fatto gridare al miracolo il segretario della Cisl, Bonanni. “Chi investirebbe oggi due miliardi di euro per produrre qualsiasi cosa in Italia?” Si è chiesto. Forse un pazzo, gli risponderebbe qualcuno.
Marchionne però non è pazzo. Infatti, le condizioni per il rilancio della produttività in Italia sono molto dure.
Lo stabilimento di Termini Imerese è spacciato. Quello di Pomigliano, lo vediamo in questi giorni, rischia grosso. In realtà l’offerta avanzata nelle ultime ore della casa torinese sembra piuttosto generosa: rilanciare la fabbrica con il trasferimento della produzione della Panda da Tychy appunto a Pomigliano. L’investimento previsto è di circa 700 milioni di euro. Ciò significa anni di prosperità nell’area e lavoro sicuro per i dodicimila operai della fabbrica e dell’indotto.
Le condizioni del nuovo contratto però sono dure da digerire. I turni di lavoro si allungheranno, il diritto allo sciopero sarà ridotto, i controlli sulla produttività degli operai saranno molto più rigidi e le giornate di malattia non saranno coperte per intero dall’azienda.
Sergio Cofferati ha definito la proposta l’apologia del ‘sistema polacco’.
La gran parte dei sindacati e, manco a dirlo, la Confindustria, hanno invece sottoscritto la proposta. Tra perdere tutto e privare gli operai di qualche diritto hanno preferito il male minore.
Solo la Fiom, l’ala del sindacato dei metalmeccanici più radicale, non vuole sentir ragioni, anche contro il parere dei vertici della Cgil di cui fa parte.
Questo accordo, secondo la Fiom, è un Cavallo di Troia che finirà con il distruggere il concetto stesso di contratto nazionale, creando condizioni di disparità ancora più netta tra nord e sud. D’altra parte, Marchionne sembra averlo previsto, il Sud Italia diventerà (se non lo è già) nei prossimi anni un surrogato della Romania, della Polonia o della Bulgaria, una sacca di povertà endemica da cui attingere forza lavoro a basso costo. Non a caso la Fiat ha avanzato queste condizioni in Campania, a Pomigliano, e non a Mirafiori.
Forse è vero, la Fiom sta combattendo una battaglia contro la storia, però non si può condannarla a priori per aver chiesto un margine di trattativa più ampio. La proposta di Marchionne suona come un ricatto: o questo o nulla. Come se fosse una gentile concessione. Un regalo al sud depresso, che, come tutti i regali, non ammette trattativa.
Pensandoci bene, quando Marchionne ha inventato Fabbrica Italia (perché non c’è dubbio che l’idea sia sua) ha capito due cose: primo, che l’’umore’ del mercato premia ancora l’auto prodotta in Italia; secondo, che fuori dall’Italia il gruppo Fiat non ha i numeri per sopravvivere. Non è competitivo, non ha appeal, ditelo come volete. A parte il Brasile, le quote di mercato della Fiat sono molto ridotte ovunque. E crescere in mercati mondiali ferocemente competitivi e in costante contrazione è pressoché impossibile.
In conclusione, la Fiat ha bisogno dell’Italia e dei suoi operai molto più di quanto Marchionne non voglia far credere.

martedì 15 giugno 2010

Gli 'Amici' di Marcello Lippi

Dopo aver visto la partita di lunedi della Nazionale, non si può fare a meno di essere colti dal dubbio che Marcello Lippi abbia impostato il mondiale azzurro sul cliché di Amici, la popolare trasmissione della quasi omonima Maria de Filippi.

In campo si sono viste molte facce nuove, alcune delle quali pressoché all’esordio. Tutti ragazzi dalla ‘faccia pulita’: Marchisio, Criscito, Montolivo, Pepe, Gilardino, che ragazzino non è, ma sembra sempre un debuttante. Nel secondo tempo si è visto pure il giovane portiere Marchetti, che per sua fortuna non è stato mai chiamato in causa dagli avversari.
Tutti hanno giocato con impegno, hanno corso e hanno reso la vita difficile a una squadra tutt’altro che fenomenale come il Paraguay. Tutti sono stati corretti, Fin troppo, tutti ordinati e attenti ai consigli diLippi. Mai una protesta, mai un calcione e neppure una bella simulazione, di quelle che ci hanno resi famosi nel mondo. L’unico ammonito è stato Camoranesi, vecchia testa calda, convocato in extremis.
A parte questa parentesi, gli Amici di Marcello si presentano bene, sono puliti e giudiziosi. Sanno di essere la faccia buona del nostro calcio (accanto a tante brutture) e fanno di tutto per dimostrarlo, sotto la guida bonaria dei compagni esperti: Zambrotta, Cannavaro, Iaquinta e Buffon, fin quando ce la fa. Mai un grido neppure da loro. Nemmeno dopo il goal subìto.
Insomma, l’italia è sembrata un bel gruppo di Amici, fotogenico ed educato.
D’altra parte, Nonno Lippi li vuole così. Belli e bravi. I cattivi li ha lasciati a casa a godersi le donne e i motori, i soldi e la fama. Peccato, perché tra i ‘cattivi’ c’è qualcuno che poteva fare la differenza, nel bene e nel male. Ci sono gli attabrighe, i simulatori, i ribelli di vario tipo. Ma ci sono anche i fuoriclasse, i discoli, quelli che a Scuola tirano gli aerei di carta e nel campo i ‘cucchiai’.
Il risultato è che, come in ogni Talent Show, fra gli Amici di Marcello si vede ben poco talento. Sembra soprattutto mancare l’uomo di genio, che affonda il colpo e risolve le partite. Infatti, il goal azzurro è stato un gentile omaggio del portiere del Paraguay e, guarda caso, l’ha segnato un ‘ex ragazzaccio’, quel De Rossi che quattro anni fa, in Germania, si fece espellere alla seconda partita per avere stampato una gomitata in faccia a un avversario. Meno male che non si è addolcito del tutto.
Non sarà un mondiale facile. Per adesso il pubblico pare aver gradito e la stampa è ancora amica di Maria, pardon, di Marcello Lippi.
Il televoto insomma è superato. Chissà se verranno anche le vittorie, quelle vere.

Tre banconote di grosso taglio

Tre banconote appena. Gli uomini della guardia di finanza di Ponte Chiasso hanno fermato un viaggiatore italiano residente a Como, che aveva in valigia soltanto tre banconote. Ma non banconote qualsiasi. Si tratta di due pezzi da cinquecento milioni di dollari dello Zimbabwe e di uno da un miliardo. Due pezzi viola, come i nostri  500 euro, e uno verde, come i nostri cento, ma con molti più zeri. Sarà carta straccia, direte voi. E invece no, le tre emissioni sono parecchio ‘pesanti’, anche al netto della fortissima inflazione di quel paese. Infatti i tre pezzi valgono in tutto almeno quattro milioni e mezzo di euro. Altro che ‘spalloni’, i leggendari corrieri del denaro che per anni (e forse ancora oggi) hanno sfidato le intemperie e la polizia di frontiera per esportare
valigie zeppe di denaro in Svizzera. Per le tre banconote dello Zimbabwe basta un portafoglio e una buona dose di coraggio. Non è difficile immaginare che la destinazione delle banconote fosse il caveau di una banca elvetica. Resta da capire perché lo Zimbabwe, paese molto povero, faccia emissioni di banconote di questo taglio.
Oppure no, è tutto molto più logico: probabilmente il corriere italiano colto in flagrante dai finanzieri ha ottimi e, soprattutto, potenti amici dalle parti di Harare.

Non c'è pace in america, dopo la fuga di petrolio la fuga di notizie

Mentre in Italia freme il dibattito sulle cosiddette ‘leggi bavaglio’, negli Stati Uniti è scoppiato un caso di spionaggio e di diffusione di informazioni top secret. Al centro di questa spy story c’è un signore australiano, Julian Assange, e il suo sito: Wikileaks. Si tratta di uno dei più seguiti e temuti siti di informazione indipendente, in grado di lanciare scoop di portata planetaria. Per citarne qualcuno: Wikileaks ha divulgato i ‘manuali’ segreti sul trattamento dei detenuti di Guantanamo, la lista degli iscritti al partito di estrema destra Inglese British National Party e altri documenti scottanti sull’Undici Settembre e sulle teorie sul riscaldamento globale. Assange è un uomo enigmatico, ha lunghi capelli bianchi, ma non è vecchio. Non si sa dove vive esattamente, anche perché è ricercato dalle polizie segrete di mezzo mondo. Si sposta continuamente e gestisce il sito attraverso un sistema diabolico di server che rendono vani tutti i tentativi di localizzarlo. Di certo Assange dispone di molto denaro, ma non paga le sue fonti. L’ultima in ordine di tempo è un giovane ufficiale di stanza in Iraq, di nome Bradley Manning, il quale ha ingenuamente rivelato a un ex hacker oggi giornalista, Adrian Lamo, di aver consegnato ad Assange almeno 260.000 pagine di documenti riservatissimi. Tutto gratis. Lamo, da buon cittadino, ha fatto regolare denuncia e Bradley Manning è finito in galera con l’accusa di alto tradimento. Julian Assange intanto ha fatto perdere le sue tracce, ma ha smentito di essere in possesso di quei documenti riservati. Anzi ha dichiarato di essere pronto a testimoniare in difesa del maldestro ufficiale.
Il Pentagono, in evidente imbarazzo, non si fida neanche un po’, anzi gli 007 americani ritengono la minaccia di Assange estremamente seria. Se fosse tutto vero, rischierebbe di finire su Wikileaks una buona quantità di documenti riservatissimi, report, strategie militari, coperture, forse atti illeciti compiuti in nome dell’interesse nazionale. Insomma, un’altra bella tegola per Obama.
Un assaggio di ciò di cui è capace, Julian Assange l’ha già dato. L’altro giorno ha annunciato dall'Islanda la pubblicazione sul suo sito delle immagini del raid di un elicottero Apache sulle posizioni afgane. Nell’attacco sono morti dodici civili, tra cui due giornalisti della Reuters. Il Pentagono per adesso sembra voler usare le buone maniere. I suoi emissari hanno proposto al fantomatico australiano un incontro, non si sa bene a che scopo. Non c’è nessun mandato di arresto nei suoi confronti e nessuna legge vieta la pubblicazione dei documenti riservati su Wikileaks. Più probabilmente gli agenti Usa metteranno sul piatto qualche milioncin di dollari, come se Julian fosse un bandito qualunque, un piccolo Goldfinger che si è messo in testa di ricattere l’america per soldi. Eppure, forse stavolta si sbagliano. I segreti, si sa, sono tali finché qualcuno non li svela. Da quel momento in poi sono storia. Chissà che il buon Julian Assange non abbia proprio questo in mente: passare alla storia come colui che ha messo in ginocchio la più grande potenza del mondo.

venerdì 11 giugno 2010

Privaci di tutto, ma non della Privacy

Con l’approvazione al Senato della legge che limita fortemente le intercettazioni e la pubblicazione sui giornali, si approssima l’affermazione in Italia di un principio assoluto: la privacy è più importante di tutto. E vale per tutti. Per i politici corrotti, per i truffatori incalliti e pure per i mafiosi, come ebbe a dire l’On.Santanché in parlamento, compiangendo il povero boss che viene intercettato pure quando parla con la mamma.
È la Privacy, baby, la parola magica che dovrebbe seppellire tutto e tutti. Benissimo, allora, se privacy deve essere, che privacy sia. Dopo questa legge, per parità di trattamento, i ragazzini dovrebbero richiedere l’abolizione dei compiti in classe e delle interrogazioni, rei di infrangere il loro diritto a essere intimamente ignoranti. I lavoratori dovrebbero smettere di andare al lavoro perché l’azienda o lo stato li costringono a mostrarsi in luogo pubblico e a orari precisi, altra orrenda violazione della privacy. E che dire poi delle persone che vanno in chiesa o allo stadio e rivelano inconsapevolmente la loro confessione religiosa o sportiva? Tutto vietato, a meno che ciascuno di essi non firmi ogni volta una bella liberatoria. Paradossi a parte ,cominciamo col bandire i programmi che vediamo in televisione, in cui si raccontano i fattacci delle persone. Vietiamoli una volta per tutte. Non sarebbe male neppure bandire da subito quei programmi populisti (tipo ‘e io pago’) che sguazzano nelle piccole corruzioni, nelle creste sulla spesa, nelle piccole grandi disfunzioni del Paese, senza mai sfiorare la prima e più grande disfunzione: chi lo governa e i suoi amici. Perché mettere soltanto i poveri cristi alla berlina? Liberiamo tutti e liberiamoci anche della spazzatura che invade i media giocando sul voyeurismo e sulla sete di rabbia dell’italiano medio. L’occasione è buona, anche per presentare il conto al signore che di tutto questo universo di schifezza mediatica è il garante e l’arbitro indiscusso. Forse allora sentirà il peso insostenibile che comporta essere insieme il padrone della tv e del Parlamento.
Diamo insomma un senso a questa oscena legge, che altrimenti farà soltanto danni irreparabili.

lunedì 7 giugno 2010

Pagati per dimagrire



Nei paesi occidentali l’obesità è una vera epidemia. Nonostante gli sforzi dei governi per promuovere l’attività fisica e un’alimentazione sana ed equilibrata, la lotta contro l’adipe sembra una partita persa. Preoccupa soprattutto l’obesità infantile, che ha le conseguenze più pericolose e durature. A parte le implicazioni estetiche, il grasso in eccesso provoca malattie cardiovascolari, depressione e disabilità varie. Cioè montagne di denaro pubblico speso in assistenza sanitaria e previdenza sociale.C’è già chi propone una tassa sul grasso o chi minaccia di escludere dalle prestazioni sanitarie gratuite le persone sovrappeso, sulla base del principio: mangi di più paghi di più. Nemmeno questa sembra la via più equa, anche perché sono proprio le classi più deboli ad alimentarsi in modo disordinato e a praticare meno sport. Poveri, ma obesi.
In Gran Bretagna, dove i due terzi della popolazione adulta sono sovrappeso, è stata sperimentata una nuova soluzione. Pagare le persone per dimagrire. Il Servizio Sanitario del Kent ha sottoscritto un accordo con una società privata, la Weight Wins, specializzata in programmi dietitici ‘alternativi’. A partire dal gennaio 2009 e per un anno, circa 400 persone sono state sottoposte a un programma che prevedeva un premio proporzionale a seconda del peso perduto. Altra condizione era conservare il nuovo peso il più a lungo possibile. Secondo Winton Rosseter, amministratore di Weight Wins, l’esperimento è stato un successo. Circa 100 persone hanno terminato il programma, perdendo in media 11 chili e circa il 5% del loro peso. I premi sono arrivati fino a 425 sterline a persona.
Naturalmente non mancano le voci contrarie. I critici fanno notare che almeno tre quarti dei partecipanti hanno abbandonato il programma prima della fine. Altri ricordano che le casse pubbliche inglesi, già provate dalla crisi, non possono tollerare questo genere di incentivi.
In realtà, dice Rosseter, il costo totale del progetto è stato di appena 108 euro a persona. 
L'amministratore di Weight Wins è talmente convinto della bontà dell'iniziativa che ha in progetto un programma ancora più ambizioso che prevede fino a 3000 sterline di premi per chi perde peso in modo significativo e non ingrassa per i successivi due anni.
Circa i dubbi sulla spesa pubblica Rosseter è perentorio: lo stato inglese spenderà circa 4,2 miliardi di sterline nei prossimi 5 anni a causa delle malattie connesse con l'obesità, col suo sistema spenderebbe molto ma molto meno.

Forse varrebbe la pena tentare di introdurre il sistema anche in Italia, anche se, c'è da scommetterlo, vedremmo migliaia di persone prendere peso in pochi giorni, dimagrire altrettanto in fretta e ingrassare ancora...

venerdì 4 giugno 2010

Somari ma belli

Qualche tempo fa una signora della Provincia di Latina ha fatto quello che ormai fanno molti genitori dopo la bocciatura del figlio. Ha accusato la sua insegnante di essere incapace, incompetente e prevenuta. La donna non si è accontentata di insultare la prof nei corridoi della scuola o per la strada, come fanno in tanti, ma ha messo le sue accuse per iscritto, con tanto di lettera firmata e affrancata.
Le espressioni che ha usato sono piuttosto esplicite: ha contestato all’insegnante ‘la mancata valorizzazione dei progressi del ragazzo’ e l’ha accusata di covare una ‘volontà di ingiusto trattamento dell’alunno.’ In chiusura ha dato il meglio di sé: “Lei non è degna di avere alunni come il mio Federico.’
L’ovvia conseguenza della lettera è stata una bella denuncia per ingiurie da parte della professoressa. Il tribunale di Latina, di fronte a prove così schiaccianti, non ha potuto che darle ragione. E così ha fatto anche la Cassazione che ha confermato la condanna. Le frasi usate dalla donna, dicono i giudici, sono lesive della sua dignità professionale.
E dire che la signora di Latina non è l'unica a pensarla così. Gli attacchi agli insegnanti sono ormai frequenti, anche perché la categoria è diventata un bersaglio facile delle accuse di fannulloneria e inutilità sociale.
Dopo una bocciatura sono spesso gli stessi genitori a ricorrere agli avvocati, alla ricerca di irregolarità e vizi di forma che possano invalidare il giudizio.
Un esempio illustre. Due anni fa il figlio di Umberto Bossi, l’ormai famoso Renzo detto la Trota, ha fatto ricorso contro la commissione che l’ha bocciato all’esame di maturità. Secondo lui il voto era stato condizionato dai pregiudizi dei commissari verso le idee politiche del padre. Con queste accuse ridicole, il ragazzo è riuscito a ripetere l’esame e a rimediare una nuova solenne bocciatura. Renzo Bossi ora siede tra i banchi del consiglio regionale lombardo. Per lui si prepara un fulgido futuro politico, alla faccia dei professori.

Insomma, la signora di Latina non ha fatto altro che mettere per iscritto quello che ormai pensano in tanti. Gli insegnanti non godono più di nessuna autorità e non guadagnano abbastanza soldi per permettersi di bocciare i figli di notai, medici, salumieri o politici. Anche se sono somari, o trote.
La mamma del povero Federico è stata soltanto molto ingenua e forse non dispone di buoni avvocati o di parenti ministri.

giovedì 3 giugno 2010

La macchia Nera 4 - James Cameron

James Cameron, il regista premio oscar di Titanic e di Avatar, è stato consultato dall’amministrazione di Obama per trovare una soluzione al problema sempre più tragico dell’emorragia di petrolio nel Golfo del Messico. La notizia è stata accolta con ironia da numerosi giornalisti americani. In effetti la dice lunga sulla disperazione del governo di Washington.
Detto questo, l’idea non era poi così assurda. James Cameron può vantare un’esperienza impareggiabile nelle riprese sottomarine e dispone di una flotta di piccoli sommergibili del valore complessivo di 400 milioni di dollari.
Nonostante ciò, notizia di oggi, la compagnia petrolifera British Petroleum ha declinato gentilmente la sua proposta di aiuto. Forse teme l’effetto negativo che avrebbe sull’opinione pubblica e sulle borse la notizia di una multinazionale del petrolio che si affida a un regista per salvarsi. Affondare sì, ma salvando la faccia, si saranno detti i petrolieri inglesi, memori forse di una scena di Titanic e dimentichi del fatto di averla già persa da un pezzo, la faccia.
Dal canto suo, James Cameron ha commentato in modo lapidario il rifiuto: “sono degli imbecilli e non hanno idea di quello che fanno.” Si è detto sempre più preoccupato per il modo in cui la compagnia sta gestendo il disastro. Il regista, infatti, è anche un convinto ambientalista.
Oggi si è diffusa la notizia che anche Kevin Costner si è offerto di intervenire in aiuto della compagnia inglese con la sua Ocean Therapy Solutions, un’azienda specializzata nella separazione del petrolio dall’acqua. Non si sa ancora quale sia la risposta della BP.
Per il momento, come in un film, comico per l'idiozia dei protagonisti e tragico per gli effetti, la falla continua a perdere inesorabilmente petrolio. Chissà per quanto tempo ancora.

mercoledì 2 giugno 2010

La Rivoluzione Cinese dell'IPad

Steve Jobs è intervenuto alla All Things Digital Conference, sull’onda del successo europeo del suo Ipad, due milioni di copie già vendute, e del nuovo exploit di borsa di Apple. Al momento l’azienda di Cupertino è la società tecnologica a più alta capitalizzazione del mondo, circa 220 miliardi di dollari.
Il Deus ex Machina di Apple non ha evitato le domande su un argomento piuttosto delicato, l’ondata di suicidi che ha colpito una delle principali aziende dove si produce l’Ipad stesso, la FoxConn di Shenzhen. Almeno dodici operai si sono tolti la vita dall’inizio dell’anno.
Jobs non ha esitato a difendere la società fornitrice e ha ricordato che nella fabbrica di Shenzhen ci sono cinema, piscine e ristoranti. Certo, ha ammesso, il lavoro è duro, ma, per essere una fabbrica, ‘it’s pretty nice’. È abbastanza carina, secondo lui.
Intanto il settimanale Businessweek è riuscito a intervistare gli operai della fabbrica, i quali descrivono una realtà un po’ meno ‘nice’. Lamentano turni di lavoro di dodici ore per sei giorni la settimana e l’impossibilità di fare amicizia, dal momento che la conversazione è severamente proibita e il rumore degli impianti troppo forte. Gli operai della Foxconn hanno appena dieci minuti ogni due ore per andare al bagno. Molti di loro parlano del senso di frustrazione che dà produrre oggetti che non potranno mai acquistare.
Un operaio della Foxconn guadagna 900 Yuan al mese (circa 108 euro). Le organizzazioni sindacali affermano che dovrebbero guadagnare almeno il doppio per avere un livello di vita adeguato ai prezzi dell’area. Altro che ristoranti e cinema. Uno degli operai, Ah Wei, ha dichiarato di soffrire molto il fatto che ‘ogni giorno ripete ciò che ha fatto il giorno prima’. La sua vita, ha ammesso, è ‘senza scopo’.
È curioso che a dire queste cose siano degli operai cinesi. Le loro rimostranze, ovviamente legittime, suonano del tutto inedite. Soprattutto sorprende che qualcuno di loro si lamenti della ‘monotonia’ del lavoro, della mancanza di comunicazione e di interazione umana.
Quando Steve Jobs ha lanciato l’IPad in America l’ha definito un’autentica rivoluzione. Secondo lui, la semplificazione che porta la tavoletta nell’accesso ai canali di informazione, nel tempo libero e nella comunicazione non potrà che accrescere il grado di libertà dei suoi clienti.
Naturalmente non la pensano tutti così. Per esempio, l'antitrust americano ha aperto due giorni fa un'inchiesta sui comportamenti anticoncorrenziali della Mela morsicata.
Quel che è sembra è che l’Ipad e gli altri oggetti attraverso i quali l’Occidente si informa, comunica e si diverte stiano provocando un'altra Rivoluzione, questa sì epocale e inattesa, nella mentalità degli operai cinesi che li producono.

martedì 1 giugno 2010

Bagatelle per un massacro

Cosa può aver spinto i soldati israeliani a sparare sui pacifisti nella notte di domenica 30 maggio? Me lo sono chiesto vedendo le immagini del blitz militare, i corpi dei civili feriti o uccisi sul ponte delle imbarcazioni, i prigionieri sotto il tiro dei soldati armati fino ai denti.
Ciò che è accaduto è noto, non servono inchieste internazionali o ricostruzioni scientifiche dei fatti. I militari israeliani hanno letteralmente perso la testa. La ‘freedom flottilla’ era composta da navi partite da Cipro su cui viaggiavano esponenti di almeno 40 paesi. Tra loro c’erano pacifisti, esponenti politici e intellettuali che portavano 10mila tonnellate di aiuti alla popolazione di Gaza. Tra loro c’era anche Henning Mankell, il più famoso scrittore svedese.
Non pare potesse trattarsi di un manipolo di pericolosi terroristi.
Suona addirittura ridicola la scusa accampata dal viceministro degli esteri israeliano, secondo cui correva voce che sulle navi si fossero infiltrati alcuni membri di Al Quaeda. Una scusa tanto ridicola da essere tragica. Nessun terrorista sano di mente si sarebbe imbarcato insieme a decine di pacifisti, su una flotta di navi che viaggiavano scortate da giornalisti e televisioni.

Com'è noto, l’intento dichiarato del governo israeliano era impedire alle navi di attraccare a Gaza e di dirottarle verso il porto di Ashdod. Nei giorni scorsi ci hanno provato con le buone, senza successo.
L’attacco dell’altra notte doveva essere quello risolutivo. Con tutta probabilità è stato ordinato direttamente dal governo Netanyahu. Un atto di forza, preciso e chirurgico.
Tuttavia, quando i soldati israeliani sono saliti sulle navi, si sono trovati di fronte a una reazione tipicamente ‘occidentale’: la resistenza, passiva e attiva . Qualcuno degli occupanti delle navi, soprattutto fra gli attivisti turchi della Mavi Marmara, si è ribellato all’arresto, ha tentato di menare le mani. Qualcun altro ha fatto ricorso ad oggetti contundenti. Tanto è bastato a scatenare una reazione assurda e sproporzionata. I soldati hanno sparato ad altezza d’uomo, secondo un vecchio istinto appreso durante l’Intifada o una regola imparata alla scuola militare: ogni essere umano che accenna a un gesto ostile può diventare un nemico mortale. E come tale va annientato.

Al momento si parla di dieci vittime e di numerosi feriti. Il mondo intero ha condannato lo stato di Israele, la Turchia è sul piede di guerra, per non parlare dei vicini paesi arabi che non aspettavano migliore occasione per fomentare l’odio antisemita.
Forse oggi Israele dovrebbe interrogarsi su chi e perché ha istillato tanto terrore cieco nei suoi soldati e nei suoi cittadini. Di certo l’episodio non potrà che accentuare l’isolamento politico e morale in cui è caduto lo stato ebraico.

sabato 29 maggio 2010

Dalla vita aspettati di più (di un'utilitaria)

Vi sarà capitato ultimamente di vedere in televisione lo spot commerciale della Renault Clio del 20esimo anniversario.
Si vedono alcuni uomini all'uscita di una scuola. Ognuno in piedi davanti alla propria auto. Allo squillo della campanella i bambini escono correndo. Scena idilliaca, già vista in altre pubblicità (tipicamente della Ferrero). Qui però c'è la sorpresa. Tutti i bambini si lanciano verso i genitori. Solo uno degli uomini, un tipo giovanil sportivo, guarda caso il proprietario della Clio, rimane solo. Infatti lui aspetta la maestra, giovane e attraente, che gli si getta fra le braccia al rallentatore.
La voce fuori campo dice: "nuova clio, dalla vita aspettati di più."
Ora, al di là dei pareri personali, la trovata ha un suo fascino malefico. Si seleziona brutalmente il target della comunicazione, facendo leva su un'aspirazione tipicamente maschile.
Via i bambini, via la famiglia, resta il sano desiderio di divertirsi.
Il messaggio arriva chiarissimo ai single convinti, ai mariti 30-40enni vagamente insoddisfatti e a qualche 50enne in vena di emozioni dimenticate. Il pubblico femminile invece non sembra aver gradito per nulla. Mai toccare i bambini.
C'è anche un altro problema. In pubblicità l'aspirazione deve essere coerente con il prodotto. Se al posto della Clio ci fosse stata una Jaguar o una Porsche l'idea avrebbe avuto un suo perché.
Trattandosi invece dello spot di un'utilitaria economica tipicamente femminile il risultato finale rischia di essere contraddittorio. Anzi, un vero boomerang.
Dopo aver scontentato le donne, la clio rischia di diventare appetibile solo per un pubblico molto ristretto di single squattrinati, in cerca di pseudo-emozioni a buon mercato. I classici 'sfigati'.

Cari amici della Renault, cinismo per cinismo, la maestra bionda sarebbe salita su una station-wagon o su una berlina di grossa cilindrata, magari con il padre di uno dei suoi alunni.

Questo è il video dello spot.
http://www.youtube.com/watch?v=1n2B8n0cjsc

giovedì 27 maggio 2010

Un contratto per non suicidarsi



Anche oggi un lavoratore cinese della multinazionale Foxconn, nei pressi di Shenzhen a Taiwan, si è tolto la vita. Aveva soltanto diciannove anni. La notizia non avrebbe avuto un’eco particolare, se non si trattasse del dodicesimo caso di suicidio nell’azienda dall’inizio dell’anno, e, soprattutto, se la Foxconn (circa 900.000 dipendenti sparsi per il mondo) non fosse la fabbrica di assemblaggio preferita dai principali marchi mondiali di elettronica, come Bell, HP, Sony e Apple. La notizia dei suicidi a catena comincia a diffondersi a macchia d’olio. Con essa una brutta fama di sfruttamento e di oppressione dei lavoratori, che rischia di macchiare i prodotti di punta della tecnologia mondiale. Il problema è serio. Uno dei casi più recenti di suicidio alla Foxconn riguarda un ingegnere di 25 anni, reo di aver smarrito un prototipo del nuovo I-phone di quarta serie. Il ragazzo si è suicidato a seguito delle perquisizioni e degli umilianti interrogatori ai quali è stato sottoposto da parte dei responsabili dell’impianto.

Di solito gli aspiranti suicidi della Foxconn scelgono di lanciarsi dal tetto degli imponenti palazzi che sorgono nell’area della fabbrica. Si tratta di voli brevi, di otto, dieci piani, che somigliano a un atto estremo di libertà.

Il padrone della Foxconn, il ricchissimo imprenditore Terry Gou, è in allarme. La Apple e le altre aziende committenti annunciano severe inchieste indipendenti. Per fugare ogni dubbio, Terry Gou ha deciso, caso unico nella storia della sua azienda, di aprire le porte della Foxconn. Di solito la fabbrica è custodita da un servizio d’ordine che fa invidia a una prigione. Ieri invece Terry Gou ha personalmente guidato numerosi giornalisti in un giro turistico per le sale di assemblaggio, le palestre, i dormitori, le piscine che si trovano all’interno del comprensorio. I suoi operai, ha detto, fanno una vita normale: lavorano, mangiano, dormono. Lo stipendio dei suoi dipendenti è superiore ai loro omologhi cinesi. Insomma, Gou non accetta di essere definito uno schiavista. Questa ondata di suicidi proprio non se la spiega. In compenso, ha annunciato una serie di misure: ha assunto ben 100 consulenti, tra psicologi e monaci buddisti, e ha istituito una linea telefonica di assistenza.

L’ultima trovata, poi, è clamorosa. Il vulcanico imprenditore ha fatto firmare ai suoi dipendenti un impegno formale a non suicidarsi e a non infliggersi danni fisici. L’iniziativa bizzarra non sembra granché come deterrente, ma contiene una clausola legale significativa. La famiglia degli operai perde il diritto a richiedere qualsiasi indennizzo in caso di suicidio del congiunto. Non è poco, se si pensa che i ragazzi che lavorano come reclusi guardati a vista nella fabbrica Foxcoon di Shenzhen sono molto giovani, vengono quasi tutti dalle campagne cinesi e probabilmente sono figli unici (per legge) di genitori che hanno perduto da tempo i loro mezzi di sostentamento tradizionali.

Terry Gou probabilmente non è uno schiavista, ma la sua idea di impresa si basa su un principio molto chiaro: il datore di lavoro ha il diritto di esercitare il controllo assoluto sulla vita dei suoi operai. Da oggi lo può esercitare anche sulla morte.

mercoledì 26 maggio 2010

Le donne prete


Maria Longhitano è un’insegnante siciliana di 35 anni. Vive a Milano. Da sabato scorso è anche un sacerdote. È stata ordinata in una chiesa di Roma a pochi passi dalle mura severe del Vaticano. La Longhitano non appartiene della Chiesa Cattolica Romana, ovviamente, bensì alla Chiesa Vetero Cattolica, un gruppo che dal XIX secolo ha rigettato il potere assoluto e il dogma dell’infallibilità del papa per abbracciare principi comunitari aperti al rispetto delle etnie e dei generi. In quest’ottica le donne possono essere ordinate sacerdoti, diaconi e vescovi.

“Non si può relegare Dio a un solo genere,” ha dichiarato la Longhitano al termine della cerimonia, “cioè a quello maschile.”

Secondo lo stesso principio, la chiesa episcopale Statunitense ha permesso di recente a una donna di 56 anni di nome Mary Glasspool di diventare vescovo. La Chiesa Anglicana, da cui dipende la Chiesa Episcopale, non ha però accolto favorevolmente l’iniziativa. In questo caso non conta il sesso della donna, quanto le sue inclinazioni sessuali. Mary Glasspool infatti è dichiaratamente lesbica e convive con la compagna dal 1988. Alla cerimonia di investitura erano presenti almeno 3000 persone. Non sarà facile per la casa madre di Londra convincere i fratelli americani a cambiare idea, a meno di rischiare una pericolosa scissione.

La storia di Janine Denomme è ancora più toccante. La donna è sempre stata una fedele devota della chiesa cattolica di Chicago, la cui arcidiocesi è stata al centro di polemiche per svariati casi di pedofilia. Nel 2008 ha dovuto risarcire con ben 80 milioni di dollari circa 260 vittime riconosciute di preti pedofili.
Cinque settimane fa Janine Denomme, già malata terminale di cancro, ha chiesto al gruppo Roman Catholic Women Priests, che afferma il diritto delle donne al sacerdozio, di poter essere ordinata sacerdote. La donna è stata accontentata nel corso di una cerimonia di carattere puramente simbolico dal ‘vescovo’ donna del gruppo, Joan Houk.
Janine è deceduta il 17 maggio scorso. Il vescovo di Chicago, per punizione, ha negato alla donna il diritto di avere una sepoltura cristiana nel cimitero della comunità. La decisione ha suscitato incredulità e critiche da parte degli amici della donna. Janine è sempre stata una devota fedele della chiesa, al punto da aspirare al ruolo di sacerdote per essere più vicina possibile a Gesù. Il vescovo ha giustificato la decisione dicendo che la donna si era volutamente allontanata dalle regole della comunità, pertanto meritava di esserne esclusa.
Può essere, tuttavia stupisce che tanta durezza non sia mai stata adoperata contro i preti che si sono macchiati dei più orrendi delitti contro l'infanzia e contro la chiesa stessa.

lunedì 24 maggio 2010

Massimo Moratti c'è cascato ancora

Vi ricordate i giorni in cui Ronaldo abbandonò l’Inter? Era il 2002, Ronaldo aveva appena terminato il suo primo campionato dopo il grave infortunio, aveva perso con i nerazzurri il famoso campionato del 5 maggio, ma era un giocatore rigenerato. Anche allora fu il Real Madrid a fare la parte la parte del diavolo tentatore.  In pochi giorni il giocatore che il presidente aveva protetto e coccolato per due anni decise di fare le valigie. Anche allora tutto era cominciato con le mezze voci, i titoli dei giornali spagnoli, le dichiarazioni dei procuratori. Anche allora il presidente gentiluomo aveva atteso l’incontro decisivo, sicuro di ricucire lo strappo. Invece la notizia arrivò inesorabile. Ronaldo scappò a Madrid nottetempo, lasciando in preda allo sconforto il popolo dei tifosi interisti. Vennero fuori parole grosse: “traditore”, “ingrato”, “mercenario” furono le più riferibili. Moratti fece buon viso a cattivo gioco, di certo ne soffrì parecchio. Prima di quella storia il presidente aveva visto andare via giocatori come Vieri, Pirlo, Seedorf. Tutte le volte con amarezza contenuta. Con Ronaldo era diverso. Era una vicenda ‘umana’ più che sportiva, come ebbe a dire lui stesso. Era come essere traditi da un figlio.

In questi giorni il dramma d’amore tradito si sta ripetendo con José Mourinho. Il tecnico portoghese non ha atteso nemmeno un giorno dopo la vittoria della Champions League per annunciare il suo passaggio al Real Madrid. Pare che abbia già indicato i giocatori da acquistare, lo staff tecnico e perfino la sede del ritiro precampionato, in Irlanda. Moratti dal canto suo ha dichiarato che tenterà di fare di tutto per trattenerlo. Ovviamente quando dice che farà di tutto, significa che gli offrirà altri soldi, più degli undici milioni di euro di contratto che il Real ha messo sul piatto (ai quali si aggiungono altri nove per la clausola rescissoria). Massimo Moratti sa che nel calcio l’amore si paga, e caro. Eppure non ha mai perso l’atteggiamento romantico, e molto ingenuo, di chi crede che in quel mondo esistano ancora rispetto e fedeltà.  Sarebbe interessante sapere cosa pensano in queste ore Maicon e Milito che Mourinho sta già tentando di portarsi dietro a Madrid. E chissà cosa pensa Mario Balotelli, il ragazzo che qualche mese fa era stato additato come traditore dallo stesso tecnico e quasi linciato dai suoi compagni e dal pubblico. Resta il fatto che José Mourinho non ha saputo dire una sola parola di ringraziamento per il presidente che gli ha permesso di avere quei giocatori a suon di milioni. Saper vincere è una dote rara, saperlo fare con classe ed eleganza lo è ancora di più.

giovedì 20 maggio 2010

cara Michelle Obama, davvero volete cacciare mia madre?

Ieri Michelle Obama ha tenuto una piccola conferenza in una scuola del Maryland, insieme alla moglie del presidente della repubblica messicana Calderon. Doveva essere una di quelle facili occasioni stampa con i bambini, senza troppi rischi. Invece si è rivelata il classico boomerang. La moglie del Presidente degli Stati Uniti era in visita alla scuola per parlare di obesità e di corretta alimentazione. A sorpresa, una delle alunne sedute in cerchio ai suoi piedi ha alzato la mano e ha chiesto se è vero che il marito della signora Michelle ha in mente di cacciare dal paese tutti gli immigrati senza i documenti in regola. La first lady ha ammesso che il problema c’è ed è serio. ‘Bisogna fare in modo che la gente venga qui con i documenti in ordine,’ ha dichiarato, lasciando intendere che la risposta fosse sì. La bambina, che ha sette anni, non ha esitato: ‘mia madre non ha nessun documento’. I bambini sono così, quando meno te l’aspetti ti dicono che il re è nudo. Poco conta se in questo caso il re è una regina e indossa abiti firmati Calvin Klein.

“Vedremo, faremo qualcosa,” ha balbettato Michelle Obama, non si capisce se in tono minaccioso o compassionevole. In effetti, in Usa la questione è scottante. L’amministrazione di Obama, il presidente nero sostenuto dalle minoranze, avrebbe già disposto un numero di espulsioni vicino a quello del suo predecessore George Bush. Intanto lo stato dell’Arizona ha appena varato leggi severissime che alimentano discussioni e polemiche anche con i paesi vicini, Messico in testa.
Non si sa se sia stata ingenuità o furbizia. Chissà se qualcuno avrà il coraggio di toccarle la mamma. Di certo la domanda della bambina che ha ‘tradito’ sua madre ha posto l’accento su una questione molto delicata e molto imbarazzante. Soprattutto per lady Obama.

mercoledì 19 maggio 2010

L'ultima foto.

Se non sei abbastanza vicino, non puoi fare una bella foto.

La frase è di Robert Capa, il primo grande fotografo di guerra. Aveva ragione. La fotografia è un’arte che si fa sul campo. Non ammette la paura e non consente riparo. Nemmeno quando intorno brucia l’inferno.

Si dice che Fabio Polenghi, il free lance italiano ucciso da una pallottola ieri a Bangkok, non fosse un fotografo di guerra. Era milanese e aveva iniziato nella moda. In poco tempo si era fatto conoscere, era quotato, tanto che lo avevano chiamato a collaborare i più importanti stilisti e  le riviste più famose. Poi, improvvisamente, qualche anno fa, Fabio si è stancato. Ha lasciato il mondo dei lustrini e delle paillettes e ha cominciato a viaggiare alla ricerca di soggetti più interessanti. In un’intervista concessa a un giornale francese aveva dichiarato che il mondo della moda era troppo esigente, gli rubava l’attenzione e lo privava della possibilità di cogliere l’aspetto umano del suo lavoro.
Perciò Fabio Polenghi è partito. Ha viaggiato molto: Giappone, Brasile, Cuba, Messico, Sud Africa. Dei suoi viaggi ha lasciato una traccia profonda, fatta di migliaia di immagini. Polenghi cercava i suoi soggetti nelle periferie, illuminava col suo flash gli angoli bui delle favelas e delle metropoli. Nei suoi reportage si vedono mendicanti, prostitute, ragazzini con la pistola e poi atleti di ogni sport e di ogni paese.
Fabio Polenghi aveva fermato nelle sue foto corridori di fondo messicani stremati, velociste nere nel momento del passaggio del testimone, lottatori tailandesi in preghiera. Ne aveva fatto un libro meraviglioso che ancora non ha trovato un editore.
Negli ultimi tre mesi Fabio Polenghi aveva scelto il sud est asiatico. Quando è partito probabilmente non si aspettava di trovarsi così vicino a una guerra civile come quella scoppiata dopo la rivolta delle Camicie Rosse. Un vero reporter però è fatto così, non può tirarsi indietro. Fabio è sceso per strada a Bangkok, vicino al fuoco della sua camera e a quello dei fucili dell’esercito governativo. Un giornalista dello Spiegel lo cita in un suo pezzo del 16 maggio, in cui descrive la repressione violenta dell’esercito contro i dimostranti:‘… il fotografo italiano Fabio Polenghi osserva come l’esercito spara su un’ambulanza scortata dalla polizia,” scrive.
Era vicino, fin troppo.
Quando l’hanno colpito Fabio indossava un casco e un giubbotto antiproiettile. Sapeva il rischio che correva e sapeva anche di tenere in mano un’arma temuta più delle armi da fuoco, la sua fotocamera.
Chi l’ha colpito pensava di uccidere un nemico. Non sapeva di uccidere un grande fotografo.

martedì 18 maggio 2010

La sedia vuota di Jafar Panahi


Quest’anno nella Giuria del festival di Cannes c’è una sedia vuota.
Il regista iraniano Jafar Panahi, scelto tra i giurati, non ha potuto onorare l’invito perché si trova in una prigione in Iran. Panahi, 49 anni, ha vinto il Leone d’oro, l’Orso d’argento e una Camera d'oro a Cannes. Il suo cinema è preciso, minuzioso, attento ai dettagli e fedele alla verità dei fatti e delle persone. Ha esordito con il film ‘Il palloncino Bianco’ (1995); il suo capolavoro è ‘Il Cerchio’ (2000), con cui ha trionfato a Venezia, una storia che parla di otto donne incarcerate in Iran.

Il primo marzo di quest’anno alcuni agenti in borghese l’hanno prelevato dalla sua casa, insieme alla moglie e ad alcuni suoi ospiti. Dopo lunghi interrogatori sono stati rilasciati tutti tranne lui. Jafar Panahi è stato rinchiuso nel famigerato carcere di Evin, quello riservato ai prigionieri politici. L’accusa è molto vaga. Il regime degli Ayatollah sospetta che il regista stesse preparandosi a girare un film sulle manifestazioni degli oppositori del governo all’indomani della rielezione di Amadinejhad. Panahi infatti è un sostenitore di Moussavi, leader dell’opposizione, ma soprattutto è un intellettuale indipendente schierato contro gli Ayatollah.

Lo scorso giovedì al festival di Cannes è stato letto un suo messaggio di ringraziamento alla Francia per l’appoggio ricevuto. Subito dopo è stato proiettato un video di tre minuti in cui il regista racconta il suo precedente arresto avvenuto nel luglio 2009. Panahi era stato fermato nei pressi del cimitero dove si svolgeva la cerimonia funebre di Neda, la ragazza colpita a morte da un cecchino durante una manifestazione a Teheran. Anche allora sospettavano di lui e della sua telecamera. In quell’occasione, racconta Panahi, il poliziotto incaricato di interrogarlo gli aveva chiesto perché non avesse ancora lasciato l’Iran, perché non andasse a girare i suoi film all’estero. Era una minaccia che si è rivelata profetica.

Proprio a Cannes si è saputo che Jafar Panahi ha iniziato lo sciopero della fame. L’ha rivelato una giornalista iraniana durante la conferenza stampa di presentazione di “Copia Conforme”, il nuovo film di Abbas Kiarostami con Juliette Binoche. Quando l’ha saputo, l’attrice francese ha pianto.

Privacy su Facebook? No grazie.


Mark Zuckerberg, il papà di Facebook, sembra ancora un ragazzino, con quell’aria da ‘nerd’ al quale da un giorno all’altro la fortuna ha deciso di sorridere. Non si direbbe, eppure Mark è oggi uno degli imprenditori più quotati al mondo, di sicuro il più giovane miliardario per proprio merito, quasi più influente di Sergej Brin e di Larry Page, anima e cuore di Google.
Certo, il ragazzo è giovane e ama provocare. Nel gennaio scorso, Zuckerberg ha rilasciato una dichiarazione che ha fatto parecchio discutere. Interrogato in merito alle polemiche sul tema della privacy di Facebook, Mark ha risposto che secondo lui il problema non esiste, in fondo della Privacy non importa più niente a nessuno.

Ovviamente la dichiarazione ha sollevato una mareggiata di critiche e ha irritato ulteriormente i detrattori del social network più importante del mondo. Un gruppo di dissidenti capeggiati da personaggi di punta dell’Hi-Tech Usa come Leo Laporte e Peter Rojas hanno già ‘ucciso’ il loro profilo. Altri progettano un suicidio virtuale di massa (Quit Facebook day) con tanto di sito e data: 31 maggio 2010. Il Senato Usa e la Commissione Europea hanno ordinato accertamenti sulla policy di protezione e diffusione dei dati personali del sito.

Intanto, si profila all’orizzonte la nascita di un sito concorrente chiamato Diaspora (con chiare intenzioni profetiche), che punta ad accogliere i dissidenti di Facebook offrendo loro la prospettiva di una migliore protezione dei dati personali. Diaspora nasce da quattro studenti di informatica di New York, che hanno progettato il nuovo social network sul modello dei siti Peer-to-Peer, senza l’appoggio di un server centrale come fa Facebook. Con Diaspora ciascun computer funge da server, in modo da consentire all’utente il controllo dei propri dati. Per capirci, con Diaspora non sarebbe neppure immaginabile la cessione di dati personali all’esterno del network che ha compiuto Facebook di recente a favore dei suoi partner commerciali.

Insomma, il tema è scottante e complesso. Un giornalista del New York Times ha rilevato che il testo sulla privacy di Facebook contiene più parole (45.000) della costituzione degli Stati Uniti. E, come sappiamo bene noi italiani, più complessa è la legge, più libera è l’interpretazione.
Eppure, nonostante la marea di critiche, Mark Zuckerberg potrebbe non avere tutti i torti. Le ultime polemiche in materia di Privacy non hanno scalfito di una virgola il fascino della comunità. Il numero di iscritti è in crescita vertiginosa e quello di abbandoni è nella norma. La forza di gravità del pianeta Facebook è ancora potente. Dal 21 aprile (giorno del lancio delle applicazioni più discusse) si sono registrati dieci milioni di nuovi iscritti. Il totale ha superato di gran lunga i quattrocento milioni.

Pare proprio che la sicurezza dei dati personali preoccupi gli utenti molto meno della possibilità di ottenere ‘amicizia’ e visibilità nel grande Network. Avere centinaia o migliaia di ‘amici’ è di per sé una minaccia alla Privacy, eppure è anche il traguardo più ambito. Parte degli utenti di FB posta foto proprie e altrui con intenti volutamente esibizionisti. L’ultima in ordine di tempo è la pagina di una studentessa americana, Jennifer McCreight. Ha raccolto migliaia di foto ‘sconvenienti’ di donne per irridere la condanna dell’ayatollah iraniano Karem Sedighi che attribuisce alle donne poco vestite la responsabilità di adulteri, catastrofi e perfino terremoti.

Certo, su Facebook non mancano le brutte sorprese. Un insegnante o un dirigente d’azienda può trovarsi improvvisamente sbeffeggiato da una foto che lo ritrae ubriaco all’età di sedici anni. O peggio.

Eppure anche a queste eventualità si comincia a fare l’abitudine. Mark Zuckerberg l’ha intuito. Il fascino segreto del suo Network sta nel permettere alla gente di mettere in mostra i propri lati nascosti, nobili e meno nobili. Una sorta di berlina virtuale dove ognuno è l’Avatar di se stesso. Per essere ancora più prosaici, è come stare tutti i giorni in un sito di gossip, nella parte ambita del VIP da spiare. Piaccia o no, è così.

Qualche tempo fa Mark Zuckerberg ha reso ‘distrattamente’ accessibili sul suo profilo FB alcune foto in cui appariva in situazioni molto private e molto ‘ridicole’. In una foto era in preda ai fumi dell’alcol, in un’altra teneva in mano il suo orsacchiotto. Quando si dice la coerenza.

mercoledì 12 maggio 2010

Le Cento Sterline di Jon

Questa è una storia molto inglese.

Alla fine del 2006 Jon Matthews, un agente di commercio del Buckinghamshire con la passione del gioco, ha scoperto improvvisamente di avere un tumore, forse il più spietato: il Mesotelioma, il tumore dell’amianto.
In questi casi i medici non hanno dubbi: il decorso è sempre infausto. Nessuno sopravvive più di due anni alla diagnosi. Secondo il medico che lo ha visitato, Jon aveva sì e no un anno di vita davanti. In questi casi è meglio essere chiari fin da subito. No Hope, gli ha detto. Non ci sono speranze.

Nessuno può sapere come ci si sente dopo una scoperta del genere, tranne coloro che l’hanno provato. La vita deve sembrare tutta un’altra cosa, quando sai che il termine è così vicino e così certo. Molti cadono in depressione, altri tentano di vivere il tempo che resta come meglio possono.

Jon Matthews ha deciso di reagire. A modo suo.
Da buon giocatore, si è recato nell’ufficio di un bookmaker di nome William Hill e ha fatto la sua scommessa: “Mi gioco cento sterline che sopravvivo fino al 1 giugno 2008”.

All’inizio il bookmaker deve essere rimasto di sasso. Poi, quando ha saputo della malattia di Jon, ha deciso di prendere in seria considerazione la puntata. A noi italiani sembrerà forse cinico, in realtà è il modo in cui gli inglesi sfidano la sorte: assegnandole una probabilità e un premio.
Secondo William Hill, nel 2007 la sopravvivenza di Jon Matthews pagava 50 a uno. Non male.
A quel punto mancava soltanto qualcuno che gli scommettesse contro.
Rispettosamente si è fatto avanti un signore di nome Graham Sharp, che ha accettato la sfida: se Jon fosse morto prima del 1 giugno 2008 avrebbe vinto le cento sterline, se fosse sopravvissuto ne avrebbe pagato ben cinquemila.

Indovinate com’è andata?

Puntuale, il primo giugno del 2008 Jon Matthews si è presentato a ritirare la sua vincita. Non proprio in salute, ma vivo. Dal canto suo, Graham Sharp ha pagato le sue cinquemila sterline volentieri.
“Sono il primo uomo al mondo che scommette sulla propria vita,” ha dichiarato Jon ai giornalisti attirati dalla notizia. Prima di andarsene, colpo di scena. Ha sfilato dal mazzo una banconota e ha rilanciato: “cento sterline che sopravvivo fino al 1 giugno 2009.”
A quel punto Graham Sharp non poteva che accettare. Stessa posta: 50 a 1.

È passato un altro anno. Si dice che Jon Matthews abbia devoluto parte dei soldi vinti in beneficenza. Di sicuro una parte li ha spesi per sé. Gli servivano per tenersi su di morale e per divertirsi. E come dargli torto.

Forse anche per questo, il primo giugno del 2009 Jon si è ripresentato all’appuntamento. Vivo.
Era già quasi un miracolo. Negli ospedali dei dintorni i medici non avevano mai visto nessuno sopravvivere così a lungo al mesotelioma. Quella volta Jon stava molto peggio, tuttavia ha ritirato le cinquemila sterline e ha rilanciato un’altra volta.
“Cento sterline che sarò qui anche l’anno prossimo.”
Chissà se ci credeva davvero. Forse no, ma che importa. Si scommette anche contro la logica, a volte.

William Hill è un bookmaker professionista e un professionista stima la scommessa quello che vale.
Secondo lui, quel giorno, la puntata di Jon Matthews pagava 100 a uno. Il doppio delle prime due.
Jon aveva la metà delle probabilità di essere ancora vivo il primo giugno del 2010.

Sono passati più di undici mesi.
Jon Matthews è morto lo scorso lunedì dieci maggio. Venti giorni prima di vincere per la terza volta.
Graham Sharp era già pronto a pagare altre diecimila sterline. Quando l’ha saputo si detto molto triste per aver vinto, ma anche contento per aver aiutato Jon a restare in vita più a lungo grazie a quella scommessa.

In fin dei conti, Jon Matthews ha guadagnato diecimila sterline contro cento. Ha perso una volta, ma ha vinto altre due. E questo per un vero giocatore è già un successo.
Una cosa è certa: se avesse vinto, Jon avrebbe rilanciato ancora...

La Macchia Nera 3

Gli ultimi sviluppi sul caso della marea di petrolio che sta investendo gli Usa sono clamorosi.

Secondo la Pravda, alcuni tecnici Russi si sono offerti di aiutare gli americani a chiudere la falla che si è aperta dopo l’esplosione della piattaforma petrolifera della British Petroleum.

Per farlo propongono una tecnica incredibile: fare esplodere alcune cariche nucleari sotto il fondale con lo scopo di provocare uno spostamento delle rocce e il conseguente arresto del petrolio.
I russi non parlano per sentito dire. Gli stessi scienziati hanno candidamente ammesso di avere praticato questa soluzione almeno tre volte. Naturalmente in segreto.
Dagli anni 60 in poi hanno fatto esplodere a fini 'benefici' bombe sotterranee da 40 e 60 chilotoni, cioè molto più potenti di quella di Hiroshima. Solo in un caso non si è ottenuto il risultato sperato.

Naturalmente i Russi si farebbero pagare caro, ma solo per il Know How. Per la bombetta nucleare da fare saltare sott’acqua, gli americani avrebbero solo l’imbarazzo della scelta.

Riassumendo: i Russi si offrono di aiutare gli Americani, ma per farlo devono far saltare una bomba nucleare ad appena qualche chilometro dalle loro coste.
È proprio vero che il mondo si è ribaltato.
Se vent’anni fa qualcuno avesse proposto una sceneggiatura del genere per un film di fantascienza, l’avrebbero preso per pazzo.

martedì 11 maggio 2010

La Macchia Nera 2

L’anno scorso la British Petroleum, il colosso del petrolio britannico, ha speso 16 milioni di dollari in azioni di lobbying presso il governo degli Stati Uniti.

Soldi ben spesi, senza dubbio, a giudicare dalla benevolenza con cui gli stessi politici americani hanno lasciato perforare a piacimento le coste adiacenti gli Usa senza pretendere un piano di sicurezza adeguato. Anzi ignorando volutamente ogni rischio.
Pare sia stato George Bush, e chi sennò, il primo a chiudere un occhio, lui così sensibile ai problemi di oro nero. L’amministrazione di Obama però non ha cambiato rotta, anzi il presidente in carica era già pronto a concedere altre licenze per estrazioni di petrolio sottomarino.
Pare che ultimamente abbia cambiato idea.

Il 20 aprile scorso una piattaforma di estrazione della BP posizionata nel Golfo Del Messico, di nome Deepwater Horizon, è esplosa, provocando la morte di undici operai e il collasso della struttura. Dalla falla provocata dall’esplosione ha iniziato a fuoriuscire petrolio, un’emorragia copiosa e irrefrenabile, che continua tuttora.

Ogni giorno si perdono in mare 5mila barili di greggio, che finiscono perlopiù sulle coste della Louisiana, dell’Alabama e del Messico. L’ecosistema è devastato, le economie locali, basate sulla pesca, pure.
L’ultimo tentativo di mettere fine al disastro è fallito domenica scorsa. Una grossa cupola è stata calata a 7000 metri di profondità, nella speranza di intercettare e pompare il petrolio in superficie. Il canale da cui avrebbe dovuto passare, però, si è ostruito e la cupola non è servita a nulla.

Già si pensa di calare un’altra cupola, ancora più grande, ma le speranze si fanno sempre più piccole. Alla British Petroleum non sanno più che pesci pigliare.
D’altra parte, se continua così, di pesci ne resteranno ben pochi. In BP sono talmente disperati che hanno aperto un sito deepwaterresponse.com dove accolgono qualsiasi idea possa aiutarli a risolvere il problema. Ne sono arrivate di tutti i tipi, dai tappi di sughero da infilare nella falla, ai capelli da spargere in mare per assorbire il petrolio.

Intanto è iniziata la battaglia legale. La British Petroleum accusa un’altra società, la Transocean, proprietaria del pozzo e responsabile della sicurezza. La Transocean accusa a sua volta Bp e la società Halliburton, un altro colosso delle estrazioni che aveva il compito di proteggere con il cemento i condotti poi saltati in aria. La Halliburton, ovviamente, accusa le altre due di non aver rispettato il regolamento sulla sicurezza, che però non esisteva nemmeno.
Nessuno aveva valutato seriamente i rischi.
Insomma, si tratta del tipico scaricabarile. Un barile pieno zeppo di petrolio.